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84 il baretti

po’ delicatinii. la aìgnorinolla della nidiata.

Già, aveva cominciato col «oflrire noll’allattamento; poi, tirata»u da ut.a amica d. molto ricca, molto mondana, prese subito, delle abitudini pretensiose, miao delle ano: i (rateili «ingelosivano un po’ La Chimera, poveretta, tutto il contrario: una salute di (erro, mai malata neppure delle malattie che toccano a tutti i bambini come il morbillo o la tease asinina impetuosa, maschietta, tutta per la sua mamma tutta per il fratello grande, un’allcgrona. I.a Sfinge, lei, era quella che dava più da pensare per il carattere, tranquilla fin troppo, ann piuttosto malinconica o apatica: quante volte Ekidna non la sorprese cosi, allungala per terra sul poggiolo, a guardare, lontano lontano, non sapeva neanche lei cosa! Quante volto F.kidna non le diceva: <Ma smottila, scuotiti, fa qualohecosa, aiuta tua sorella: non li posso vedero stravaccata a quel modo!*.

Questo mie considerazioni sulla famiglia di Ekidna hanno maggior fondamento o maggior consistenza scientifica della dottrina, secondo cui l popoli si amano, le domocrazio si affratellano, lo masse vogliono la pace, ccc.

Sempre dedicato a coloro che si occupano dello «stile come problema».

Un interessante studio oi potrebbe fare sullo stile ufficialo del regime borbonico. Si è parlato tanto del tagliacnn, lo speciale gergo arieggiante all’italiano usato dalle 1. 11. Amministrazione Austriaca nello province italiano.

Ma lo svile della amministrazione borbonica ù più saporoso: perchè più sussiegoso e ornato, e insieme più pregnante di immagini e’ metafore prose dalla vita. Propeudo a credere che il Mezzogiorno abbia dato, sostanzialmente, alla letteratura italiana, tre cose: la «rosa fresca aulentissima» di Cirillo d’Alcamo, la parola «fosso», e il frasario dei documenti borbonici.

Un intendente non diceva, per esempio, a un suo inferiore, «disponga per la tal cosa», o «curi la tal cosa»: ma diceva: «La Signoria vostra userà tulle Ir /Militili ififii/ente»; non diceva:

• Tallin yd ma ninnar, diceva invece:.Sla ria prr la ma alta iillrlligema. l’a liticarico del rnio minisi tra». Più completo, più rotondo:

una bella formula. E non si diceva:

«Faccia arrestare il tale.; ma piuttosto: •Faccia ghermire il taler. Maniscalco voleva far • i/h ’rriuire l’Francesco Créspi, appena sbarcato in Sicilia. C/ternitre è molto bello: rende 1 idea, corno dicono i maestri di scherma quando fanno la spiegazione.,, Amavano il parlare fiorito. 11 tal liberale era etto Ili inule fi:iu»: circolare de Principe di Castelcicale. li tal’altro era./aHim delle sciagure ili Sicilian rapporto dell’Attendente Panebianco al Generale Filangieri.

E certe metafore potenti del gergo amministrativo dello galere! Ogni galera aveva il piazzale, dove i galeotti era,, ricevuti a loro ingresso, dove erano esaminali o ferrati: lo «t chiamava. vagliar. Le spie, i delatori,. capi massa, mazzieri, dicevano con ostentazione, nello loro suppliche, per attestare la fedeltà alla Casa Regnante:. lo tino immacolato».

Borbonico vero «sino labe, conceptus.. Più di ecoi perfetti sudditi, non b possibile essere.

Quando il governo centrale voleva assolutamente far condannare un liberale ch’era stato < ghermito», o bisognasse accumulare sul suo capo a ocuse su accuse, nella speranza che qualcuna -sbocciasse nélla condanna, l’Autorità inquirente riceveva ordine di. impinguare».1 processo, elmpingnares: voi vedete la «pratica.

di quel disgraziato che ingrossa sempre di nuovii fogli e di nuovi processi verbali: sulle copertine, sono segnati sempre nuovi numeri di protocollo; la cartella delle pratiche al gonfia di carte, fa pancia; lo scriba deve ormai legarla con uno spago, so no, qualche caria cade:

il processo si impingua, l’accusato andrà in galera.....

Tutto ciò è molto colorito e bello: ed c un tenuissimo saggio di quanto si trova nello mapm> degli archivi o — senza ocomodars. fin là — scorrendo le appendici documentarie di tutti gli studii storici sul reame. Val davvero la spesa che qualche giovane di talento ne faccia una ricerca compiuta. Chissà che la letteratura italiana non trovi in confette indagini la solu«zione del «problema dello stile?* Chiosa che non ne venga fuori un nuovo purismo? Nello stile della letteratura, conviene risalire ormai nlle origini-.

Ho la più viva ammirazione per gli ignoti scrittori, che redigono le «didascalie» delle filma cinematografiche: cioè quelle spiegazioni, descrizioni, quei «pezzi» patetici-sentimentali proiettati tra un quadro e l’altro. Le films ameneanc, che la Anonima Pittaluga lancia con tanta fortuna per tutta Italia, sono per esempio.

corredato di «didascalie» esemplari, impressionanti per l’abilità o la conoscenza del pubblico con cu* sono redatte. Ci dev’essere dietro all’impresa Pittaluga, qualche collega nel mestiere dello ocrivere, cui sarei onorato di presentare a viva voce i miei complimenti.

Il oompito, infatti, è difficile. Si tratta di redigere qualche periodo relativo agli avvenimenti filmati, tutto con parole chiaro, chiarissime, perchè altrimenti il pubblico cinematografico non oomprende. D’altronde, importa non rinunciare completamento alla letteratura.

Primo, perchè l’impresa vuole così, vuole cioè che le didascalie siano abbastanza diffuse, per tenerle di più sullo uchcrmo, c allungaro la durala dell» spelt acolo. Secondo, perchè il pubblico ba anche lui le suo esigenze, c ama un linguaggio rapido, ma non rinuncia alla mozione degli affetti. Ci vuolo dunque uno «che sappia scrivere bene»: cioè cho sappia combinare e dosare sapicntemento la più assoluta chiarezza e una certa qual domenicale eleganza.

I.a più gran parte dei neutri scrittori, messi al punto di dover scrivere questo didascalie, non saprebbero esprimersi con la chiarezza o concisione necessaria; oltrcpaescre’bbero le quattro o cinque righe disponibili; farebbero proiettare sul telone dello mezzo pagiine. Qualcheduno — Panzini, per esempio — riuscirebbe ad essere chiaro o conciso: ma il pubblico doi cinematografi lo troverebbe troppo pedestre, diuadorno:

Panzinli «non scriverebbe bene*. La impresa Pittaluga licenzierebbe lui, come per l’opposta ragiono, quella della mancanza di chiarezza e di concisione, licenzierebbe probabilmente tutti: «Umidisti *, Bontempelli, Pirandello, eco.

  • * * Durante la mia esperienza giornalistica, mi è toccato di dover deciderò la scelta del romanzo di appendice. Por conto mio, mi- sono sempre attenuto ai vecchi autori, ai classic::

Montépin e Richebourg.

Non mancano, ancho nel campo dei romanzi di appendice, i fautori del nuovo, c gli zelatori dei nuovi «autori. Ci sono delle «Agenzie letterario» a Parigi e in Italia, cho propongono sempre nuovi Lavori: e molti se ne valgono.

Per lo più, i contemporanei lavorano sul modello Fantomas e nel genere avventure poliziesche.

Abbondano anche gli autori cho mettono a contributo aviazione, cocaina, auto-citroen, guerra mondiale, tutti; l© cose più di fipesso tradotte su giornali italiani. Altri — • come il Zévaeo — hanno sfruttato largamente personaggi storici, dal Consiglio dei Dieci al mago Nostradamus. La produzione del romanzo di app?ndice di questi ultimi venti anni è ricchissima; e tutti i suoi prodotti abbondano di intrecci complicati, ammazzamenti crudeli, vendette, pugnalate, infanticidii; di tutte insomma, le risorse che, tradizionalmente sono raccomandabili per il romanzo di appendice. Eppure, ripeto, nonostante tutti i Foley, i Garros, i Zévaeo ecc. io mi son sempre più persuaso che il pubblico è fedele ivi due sommi: Montépin c Richebourg, Richebourg e Montépin. E* dannoso tentare del nuovo. Il pubblico vuole questi due.

Perchè?

Ci ho riflettuto a lungo, e credo di essere venuto a conclusioni abbastanza interessanti, oullo stato dei gusti lctll?rarii delle folle.

Prima di tutto, rii pubblico del romanzo di appendice vuole che gli si parli del «gran mondo», della «gran vita». Esso non è molto soddisfatto delle storie di poliziotti, di Ladri gentiluomini, delle rievocazioni storiche, ecc. Tutta queste cose possono andar beue per qualche tempo: ma sono ondate che passano. Il gusto conservatore del pubblico ritorna sempre all’oggetto preferito: falla società, con intrigo amoroso.

Ricevimenti, balli, salotti, signori in cilindro, dame con strascico, nomi titolari.

Ùla non qualunque quadro dell’«alta società»

lo soddisfa ugualmente • No. L’alt.a società di Londra, di Berlino, c di qualche città,italiana, non lo appaga. Non è ohic abbastanza. Ejso ha un debole per l’alta società francese, nello yfondo, ci dev’essere Parigi. Parigi, è Punico teatro veramente degno del «gran mondo». Per le portinaie, per le serve, per le commesse, per tutto il pubblico del romanzo di appendice, il «gran mondo» ha ancora un nome, un nomo solo: Parigi. Tutto il resto è roba da pidocchi infarinati.

Ma c’è di più. Non basta che la scena sia nel.gran mondo», c a Parigi. Il pubblico del romanzo di appendice ha dei gusti codini. Non ama che i suoi personaggi vadano in aria, portino i capelli alla gaonne, e filino via in auto.

Segretamente, trova cho tutto ciò non è abbastanza elegante. Esso ha una segreta preferenza per i personaggi che viaggiano ancora in diligenza e che alla mattina, per fare un pò d* sport, fanno attaccare il «tilbury». Il pubblico del romanzo di appendice non stima molto Deauville, Biarritz, Cannes, le villeggiature di moda ora; no, è rimasto fedele a Compiògnò, a Fontajinebleu, alle grandi «Villes d’eaux»

dove si andava a diporto in un sontuoso tiro a quattro. In quell’epoca e in quel inondo che sou di suo gusto, il pubblico del romanzo di appendice non vuole neppure che i suoi personaggi urtino degli r.hhjue* o dei biglietti da mille; no. l’unica moneta avente corso legale nei romanzi d’appendice sono gli zecchini, i luigi d’oro, o i napoleoni. Come luogo di pena per i forzati, non c’è che la Guyana; e non vuole affatto che sia abolita. Guerre, non prende in considerazione che le guerre di Algeria.

La topografia di Parigi ò eategonoa: ci sono ancora i bastioni; Neuilly è ancora fuori porta, il Faubourg Sàiut-Gerniain è ancora sedo della più alta aristocrazia di Francia, e il Quartiere Latino è «ancora ricco di hohhnien*, di i/rixrttn odi studenti. Tutti i nobili signori sono «visconti», tutte le nobili dame «duchesse»; il mondo della finanza gravita attorno a Rothschild.

Non esiste crisi della servitù: guardiaportoni, staffieri, maggiordomi, tutto funziona perfettamente. Non ci 8"no scioperi: in compenso, qualche volta le barricate. E così via.

Insomma, il pubblico del romanzo di appendice richiede lo spettacolo, non solo dell’»alta società»

francese, ma dell’«ulta «occetà* francese quale ora. o quale immagina che fosse in una opoca solo approssimativamente determinata, moderna si, ma abbastanza lontana da oggi:

press’s* poco, victtanl’anni fa. Questo è. il suo idealo di società elegante.

Montépin e Richebourg lo accontentino nei suoi gusli più perseveranti n tenaci: e gli presentano dei romanzi aullo sfondo, un per giù, del secondo Impero. Qui è la ragione della loro costante fortuna. Oscuramente, confusamente, il publico del romanzo di appendice considera l’epoca del Secondo Impero come il non plus ultra della vita elegante e della Socielli più o meno orientata alla Parigi delle Tuilerics. Lo impressioni di scttanL’anni fa, i gusti, le mode, perdurano nella sensibilità artistica dei ceti «? delle classi più difficilmente raggiungibili da tutte le correnti letterario o artistiche sopravvenute.

Non dico che il jmpolino delle portinaie o delle commesse si ricordi del Secondo Impero, o ne abbia comunque nozione, neppure tradizionalo..Dico questo: cho il Secondo Impero, col suo splendore mondano, con le sue modo, con lo sue feste, con la sua reclame fu l’ultima forte impressone arrivata a intaccare la servibilità artistica delle grandi nu-os.» di pubfico europeo:

0 che questo grandi masse, pur sotto la pressione di rapporti economici mutati, minatissimi, conservino ancora, di generazione in generazione, una traccia di quella impressiono.

Ah, dovette essere pure un gran rombo quello che settant’anni fa si diffondeva dolla Féerie imperialo di Parigi e di Fontaine’bleu.

Noi, forse abbiamo difficoltà a rappresentarcelo; noi siamo gente leggera, tante idee nuove, tanto mode nuove son venute dopo, per noi I Ma non così gli altri; non così il povero pubblico del romanzo di appendice. Ampia distesa inerte, che ripercuote ancor oggi, senza accorgersene, quel rombo lontano, e ancora tutta, debolmente ne echeggia. E l’ultima eco, appunto, sono Montépin e Richebourg. m G. B. PARAVIA d C.

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ARTE E STORIA Poiché gli «antroposoli steineriani (c ci riferiamo nll’Onofri ed ni Cafforclli, da noi recensiti nel ii. i del llarctli) credono clic l’opcr.a d’arte sia una evidente crcaturn avente destino e carattere individuali, s’addimostrano lontani dal Croce efie l’opera d’arte limita all’intuizione, vale a dire, al chiuso orto d’una particolare visione del mondo, che ò sempre esteriore perchè non può annullare la necessaria alterità esistente fra l’occhio che guarda e la cosa che si fa guardare.

Effettivamente Croce non annulla la dualità soggetto-oggetto, restando sempre nel suo concetto l’intuizione, un’immagine dell’oggetto riprodotta dallo specchio del soggetto; mentre conferendo gli n»troi>osofi vita c destino autonomi all’opera d’arte, la detta dualità oltrepassano nel terzo termine che dei due è il divenire c In sintesi: l’opera d’arte stessa la quale non resta più l’itnmnginc o intuizione che abbi.imo vista, ma si trasforma in sottile creatura dell’Increato Spirito Uno cd Universale da cui emana.

Si veda da ciò quanto il Croce sia stato prudente c come abbia saputo fermarsi in tempo lungo la sdrucciolevole china dell’hcgclisino, che è stata invece percorsa tutta dagli annalisti gcntiliani, dai romantici post-kantiani cd ora dagli antroposofi, i quali sembra a noi che incorrano negli stessi errori de* loro predecessori, principale de’ quali è la confusione della logica coll’estetica, la quale ogni altra conoscenza che non sia quella del soggetto che esprimendosi conosce (ri-conoscc) se stesso, rende inqiossihill-, col negare che fa l’oggetto, e col conferire che fa alla soggettiva, parziale, arbitraria conoscenza che da ciò risulta, i caratteri dell’affermazione dogmatica non controllata nè controllabile, perchè privata dell ‘alterità necessaria ad ogni controllo.

Ci sembra ancora che l’atto puro del Gentile, quanto l’opera d’arte-creatura degli antroposofi sgorghino dalla stessa fonte mistica, entrambi esprimendosi nei modi e nelle forme del miracolo, clic non dà conoscenza c non dà luce all’infuori di quella che ha in sè, perchè non può darne, intervenendo nei fatti umani come un qualchò d’estraneo c quale una soluzione di storica (c perciò morale) continuità Ammesso che la rotta-v:rticalc «sia In linea della storia c della morale (almeno per il Gentile che la storia considera (piale arricchimento della nostra conoscenza, cioè quale càperienza), non seguendola straniandosi da essa, tanto l’atto puro che l’opera d’arte-crcatura, si scoprono agnostiche cd amorali: si rivelano cioè contradditorie alla più cara esigenza dei loro formulatoti; i* quali vengono in tal modo a negare moralità c scopo nllc opere degli uomini, che a detta* del Mazzini, solo valgono se dirette ad un fine c se inspirate da un trascendente valore.

Priva di trascendenti finalità la storia diventa una multicolore gimndola d’azioni l’un dall’altra staccate: un gioco che non può ciceroriamente ammaestrare, un soltanto palazzoschianamcutc divertire.

I/O scetticismo diventa allora il solo possibile stato d’animo, nel contempo che l’estetica contemplazione del mondo fa cadere nell’eclettismo edonistico epicureo ed empio l’artista che abbandona, se già non l’Iia perduto, il senso religioso dcll’nrto c della vita.

E’ questo il primo dei due principali pericoli in cui è incorso e incorre il nco-hegclismo; quando gli riesce di tener lontano lo schematismo degli «storici geniali i> e dei sociologi (cd è questo il secondo principale pericolo), che la storia arbitrariamente sezionano in ère, cicli, epoche, idee, nazioni.

Ricordiamo di sfuggita i puerili calcoli del Ferrari, la circolazione delle idee dello Spaventa, l’indiccrrato italico del Petruccelli c l’idea unitaria dclFOriani, per avere dei punti famigliali c moderni cui riferirci, che abbiano sufficiente virtù rappresentativa da risparmiarci esemplificazioni più ampie cd antiche, maggiormente suscettibili di vendere palese e vera la sorcliana critica della democratica ideologia dcH’cvohizionc e dell’indefinito progresso.

Il dilemma che si presenta a coloro clic si «attardano in questi errori sta nel dover scegliere tra la moderna pirotecnica idealista e la barocca architettura dei fantastici sistemi, i costruttori dei quali hanno per di più l’altro torto di non sempre accontentarsi di dettar legge ai fatti già accaduti, ma a quelli ancora da venire; la loro melanconia di epifania trnsfoi mando nel» sacro ardore» dei profeti annunziami future palingenesi.

Contro l’imo e l’altro errore, c contro il rinato spirito messianico degli ebraici profeti e teoreti del socialismo (Marx in testa a tutti), già da tempo s’cscrcita la critica di quegli storici che intendono di realisticamente guardare nella loro peculiarità i fatti, i quali come li trovano li lasciano, non desiderando con trascendenti idee forzarli ad esprimere quel che non si sono inni immaginati di essere.

I tic c più anni di lotta sostenuta dagli scrittori di Rivoluzione Liberale nel campo degli studi storici contro gli ideologi di tutte le specie, hanno spianata la strada al nuovo realismo; il quale reso consapevole sa evitare altrettanto bene le girandole degli «storici geniali», che i castelli campati in aria degli «storici sintetici >i.

II tempo dei romantici languori, ncH’artce nella storia, sulle «glorie dclk trascorse età» è passato, come passati sono i sogni di future palingenesi. Almeno per quelli che hanno profittato della lezione, i fatti sono ridiventati i fatti; In vita è ridiventata la vita.

Armando Cavalli.