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Pagina:Il Buddha, Confucio e Lao-Tse.djvu/22

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introduzione xvii

secondo quello che ci dice il Goethe, ebbe compassione di noi; e lo confessa candidamente al Signore Iddio:

Die Menschen dauern mich in ihren Jammertagen,
Ich mag sogar die Armen selbst nicht plagen.[1]

Quando il nostro buon Sacchetti, per esempio, confessa che «il Creatore, che di nulla ci formò, ci ha fatti venire in questa vita per metterci in su l’ancudine al martello»;[2] quando l’illustre inglese John Stuart Mill scrive, che «la natura tiranneggia l’uomo condannandolo al lavoro e alla fatica», che «una tremenda lotta per l’esistenza immerge tutto il mondo dei viventi in un oceano di guai e di dolori»,[3] non fanno altro che esprimere esattamente un concetto, che è quello appunto di Çâkyamuni intorno alla condizione dell’uomo sulla terra.

Così dall’antichità fino ai giorni nostri non mancarono voci di lamento pei mali dell’umana progenie, anche presso la schiatta, a cui noi stessi apparteniamo. Il Leopardi, come il più gran nu-


  1. Goethe, Fausto: prologo.
    Le miserie de’ poveri mortali
    Son tante e tali,
    Che d’accrescerle quasi io non ho core.
    Trad. Maffei.
  2. Sermone XI.
  3. Three Essays’s on Religion, London 1875.

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