Pagina:Il Buddha, Confucio e Lao-Tse.djvu/245

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174 parte prima

e spesso contrarie. Il torto, a mio credere, sta nell’aver prese queste diverse interpretazioni, come altrettante fedeli espressioni del concetto unico, che il Buddhismo antico o non corrotto voleva significare con la parola nirvâna; piuttosto che come l’espressione di un concetto diverso secondo le varie sètte, dovuto specialmente alle diverse opinioni metafisiche che le distinguevano.

Per comprendere la vastità del campo, in cui si svolse il Buddhismo, e le modificazioni, a cui dovette necessariamente soggiacere, non sarà inutile ch’io epiloghi brevemente alcuni punti della storia religiosa, che ho esposta negli altri capitoli, prima di entrare nell’argomento che ci deve ora occupare principalmente.

Fino al primo secolo dell’èra cristiana, le dottrine insegnate da Gâutama erano state per ben quattrocento anni, secondo che afferma la tradizione, tramandate oralmente, e in tal modo conservate. Già il Buddhismo si era esteso in gran parte dell’India settentrionale, nel Cascemir, in qualche paese dell’Asia centrale e nel Ceylon, quando si credette opportuno di dare una forma scritta agli insegnamenti di questo filosofo. I Buddhisti del settentrione, cioè quelli dell’India e del Cascemir, e i Buddhisti del mezzogiorno, ossia del Ceylon, intrapresero la compilazione delle scritture sacre, gli uni indipendentemente dagli altri. Nel Ceylon questa compilazione fu fatta sotto il regno di Vartagâmani, (88-76 av. C.) e vi fu adoperato probabilmente il vernacolo singhalese, da cui, nel secolo V dell’èra nostra, fu trasportata in Pali, oggi lingua sacra per i Buddhisti del sud. Nel settentrione si incominciò più tardi l’impresa, che ebbe effetto al tempo del sinodo convocato dal re Kanishka, che regnava nel Cascemir fra il 10-40 d. C., usando nella compilazione la lingua Sanscrita.