Pagina:Il Buddha, Confucio e Lao-Tse.djvu/339

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264 parte seconda

compilata a’ tempi di Confucio, le quali dipingono al vivo i costumi e le credenze di quella nazione ne’ suoi primordi; e i Ricordi storici, che ci hanno tramandato il carattere, gl’intendimenti e le azioni de’ primi istitutori e reggitori del popolo cinese, che esercitarono la loro sovranità trenta o quaranta secoli addietro, sono, quelle sole scritture, fonti perenni di notizie autentiche. Pertanto non è la cosa più agevole raccapezzarsi in mezzo a tanta abbondanza di fatti, nè coordinare i molteplici materiali, per ricostruire il vetusto edifìcio; del quale c’importa ora osservare le linee principali, pure e spiccate, e conoscere in pari tempo i fondamenti su cui riposa.

Certi vocaboli adoperati a designare ciò che è, ed è stato da remotissima età, oggetto di culto, sfuggono spesso a una rigorosa definizione, si prestano agli equivoci, lasciando così alla mente la libertà di correre senza freno pel campo delle ipotesi. E tal cosa è intervenuta appunto ad alcuni, che s’occuparono dell’antica religione dei Cinesi. Tre espressioni ricorrono di preferenza nelle pagine di que’ vecchi libri, a’ quali abbiamo or ora accennato; e queste sono: Thien, che vuol dire Cielo; Ti, che vale regolatore, sovrano, Ming, che significa comandamento. Nulla dunque di più acconcio per fare de’ Cinesi antichi un popolo monoteista, credente in un Sovrano supremo, in un Dio, che ha il suo trono in Cielo, da cui osserva le azioni degli uomini, che tiene sottoposti alla sua volontà e provvidenza. Infatti i primi Missionari gesuiti, che visitarono l’Impero di Mezzo, non esitarono ad affermare che i Cinesi, tra’ popoli della Terra, erano quelli che meglio conservarono la tradizione monoteistica, dopo che, per la confusione dei linguaggi, l’umana famiglia si divise, e da Babilonia si sparse per le varie regioni del globo. Ma se i Cinesi venerano il Cielo, non mancano