Pagina:Il Buddha, Confucio e Lao-Tse.djvu/353

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273 parte seconda

tempo, indica l’insieme di doti, che quella cosa o quell’Essere han ricevuto: doti che rendono atti a conseguire quel dato fine. Conoscere la propria natura è perciò conoscere il Cielo e i suoi voleri;1 anzi non si può conoscere l’uomo se non si conosce il Thien.2 Il principe saggio, il vero filosofo, l’uomo onesto, debbono perciò cercare con ogni sforzo di giungere a conoscenza del loro destino. Imperciocché, quando gli avvenimenti procedono secondo l’ordine prestabilito dal Cielo, ogni cosa va bene, nell’Impero di Mezzo; ed è segno di governo, che ha a capo un principe, il quale studiò e conobbe i celesti decreti.3 Quando un uomo, qualunque sia la sua condizione sociale, si procaccia uno stato felice di vita, costui è un savio che ha conosciuta la propria natura, e opera in conformità di quella; quando al contrario alcuno mena la vita fra ogni specie di miserie, egli è che non ha saputo conoscere il suo ming, e subisce le conseguenze di tale ignoranza. È in questo modo che il Cielo, o lo Shang-ti, puniscono coloro che non seguono la via tracciata dal destino, e rimeritano quelli che la percorrono sicuri fino al termine.4



  1. Méng-tse, vii, ii, i.
  2. Cung-kung, xx, 7.
  3. Conf. Méng-tse, iv, ii, vii, 1.
  4. Conf., Shih-king, iii, i, vi, 4, et al. — Shu-king, iv, iii, iii, 3; iv, iv, iii, 8; v, xxviii, 2. Non si mancò di cercare il modo di conoscere questi supremi voleri del Cielo; e nacque così l’arte degl’Indovini, che fu assai in vigore presso gli antichi Cinesi. Essi credettero leggere i decreti celesti per mezzo di certe piante speciali, che usavano nelle operazioni divinatorie (Shih-king, i, v, iv, 2; i, xiv, iv; ii, i, ix, 4; iii, i, x, 7); o per mezzo della tartaruga. Il primo modo non si conosce; l’altro consisteva nel prendere il guscio d’un di questi animali, e dopo averlo messo sul fuoco, esaminarne la superficie,