Pagina:Il Lago Maggiore, Stresa e le Isole Borromee - Vol. 1.pdf/180

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mana. Oggi giorno i più vi propendono dietro il Savigny, il quale osserva, che senza questo non si saprebbe come spiegare la persistenza e durata del gius Romano, che sarebbe un assurdo senza tal libertà; mentre d'altro lato si spiegherebbe assai facilmente, come nel XII secolo si fossero potute ristorare le antiche forme di governo, non essendo state di fatto giammai interrotte1. E veramente ci pare, che possa aversi di ciò anche una prova nella concessione fatta dai Longobardi agli Italiani di vivere secondo la propria legge, cioè la romana; mentre essi stessi vivevano secondo gli usi e consuetudini della propria nazione, la longobarda. Poichè dall'essere rimessa o meglio mantenuta in vigore la legislazione romana, è agevole la conseguenza, che dovesse in qualche modo rimanere anche il governo municipale o la curia, per ciò che spetta l'interna amministrazione e il civile governo dei cittadini2.

Tutto questo però di dee ritenere ordinato alcun tempo dopo la conquista e allorquando i Longobardi si viddero tranquilli nel loro possesso: ed è anche per questo che al medesimo tempo si deve riferire, come io penso, l'elogio che fa lo storico loro del governo de'Longobardi, che riporterò colle sue stesse parole: Erat sune, scrive Paolo Diacono (III, 16), hoc mirabile in regno Longobardorum: nulla erat violentia, nullae struebantur insidiae, nemo aliquem iniuste angariabat, nemo spoliabat: non erant furta, non latrocinia: unusquisque quo libebat, securus sine timore pergebat.

Comecchè si vogliano esagerate queste parole, nè si devano applicare ai tempi anormali e di guerra fuori casa, chè altra era certamente la condotta dei Longobardi nelle ostilità contro le città assediate e il territorio nemico, tuttavia se vogliamo paragonare la storia loro con quella de'Franchi, scrittaci dallo stesso Gregorio Turonense, si vedrà di leggieri che

  1. Il Savigny l. c. p. 265 e segg. tratta a lungo questa questione.
  2. Di questa sentenza è anche il Co. Porro nella sua dotta Prefazione al Codex diplomatica Longobardiae pubblicato in Torino l'anno 1873, e che forma il Tomo XIII dei Monumenta Historiae Patriae già ricordati più volte. Vedi la p. 33 e segg.