Pagina:Il Lago Maggiore, Stresa e le Isole Borromee - Vol. 1.pdf/373

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Niuno poi d'essi aveva il menomo pensiero di promuovere il migliore ben essere de'proprii sudditi. Si direbbe che lavorassero tutti a distruggere, anzi che a edificare. Perciò non è maraviglia, se i principi e magnati d'Italia e le stesse città, nonchè i luoghi più considerevoli, e in generale i popoli da sì lungo tempo conculcati e depressi, e rimasti in parte estranei agli avvenimenti, cercassero di attendere in tanto rimescolamento di cose, e dissoluzione di principii, al loro interesse particolare. Di qua l'origine di quei tanti nuovi governi e si potrebbe dire anche stati, che sorgono quasi per incanto in ogni dove della penisola, nonchè nella Lombardia.

Notano gli scrittori che al principio dell'XI secolo non v'era città di qualche importanza che non avesse il suo conte, in buona parte delle quali era anche vescovo. La signoria territoriale di questi era stata largamente favorita dagli Ottoni1 e accresciuta da Arrigo. In Milano poi giunse al suo colmo sotto Corrado il Salico2, trovandosi sulla cattedra di S. Ambrogio uno di quegli uomini nati fatti per dominare, voglio dire Eri-

  1. Scrive il Giulini (P. II, pag. 320) che l'Arcivescovo di Milano, al dire dello storico Landolfo, era stato sopra tutti i principi Italiani privilegiato. Alle concessioni di questi egli infatti attuibuisce la facoltà dell'Arcivescovo di far guerra a suo piacimento. «Allora si riconosceva bensì, scrive, un Imperatore e re d'Italia, e un Marchese e Conte di Milano a suo luogo tenente, ma la loro autorità era ridotta a pochissimo, risedendo la maggior parte di essa presso l'Arcivescovo ed i principali capitani della città, i quali a poco a poco o per forza o per privilegio si arrogavano tutti quei diritti che ai conti appartenevano.»
  2. La mutazione iniziata da Arrigo, fu compiuta dal suo successore Corrado il Salico colla costituzione dell'anno 1037, in forza della quale i benefizii ottenuti non si potevano perdere se non per giudizio. Scrive il Balbo in un suo opuscolo Sui Conti, Duchi e Marchesi dell'Italia settentrionale, pubblicato nelle Memorie della R. Accademia delle scienze di Torino (a. 1835, T. 38, pag. 211-291), alla pag. 260, che «d'allora in poi diventò certo e legittimo pei beneficii ciò ch'era stato allora più o meno incerto ed illegittimo, e gli onori già assomigliati ai benefizii o furono implicitamente compresi, o si trattarono d'allora in poi come compresi in quella costituzione. Quindi trovossi in vigore un nuovo sistema di certe proprietà governative e di governi proprietarii, che furono detti feudi ed il sistema fu detto feudale