Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1886, I.djvu/203

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1015Le nobili fanciulle. Avean nerissimi
Occhi e volto di sol. Ne fe’ con pura
Onda lavar la bianca fronte e il corpo
Il giovinetto sire, indi lor mente
Liberò da ogni error, quella diritta
1020Via che a nostr’alme addita Iddio, mostrando
Con cura intenta, e delle colpe antiche
Via lavando ogni macchia. E veramente
D’idolatri superbi erano alunne
Le leggiadre fanciulle, e avean nell’alma
1025Un turbamento qual di gente oppressa
Da vin gagliardo. Allor, le due sì vaghe
Sorelle di Gemshìd, prence del mondo,
D’umor bagnando giù dagli occhi bruni
Le rosee gote, sciolsero parola
1030Favellando a Fredùn: Possa tu, o prence,
Giovinetto restar, mentre più antico
Rendesi il mondo a ogni novella luce!
Oh! fortunato! Qual la stella tua
Che qui t’addusse? Di qual pianta eletta
1035Frutto sei tu sì rigoglioso e bello?
Tu, che venisti al formidabil covo
D’un feroce leon, d’uom vïolento,
Crudele e rio? Per quanto tempo a noi
Volse nel mal la sorte nostra avversa,
1040Dir non possiam, di questo mago insano
Per l’opre abbominose. Oh! quanti giorni
Passammo nel dolor, nella sventura,
Per questo figlio d’Ahrimàn superbo
Che ha due serpenti in su le spalle! Un prode
1045Mai non vedemmo qui che tanta avesse
Fermezza in cor, che tanto ardir mostrasse
E tal virtù, che sollevasse a questo
Regal trono la mente, o che d’un tratto
Il prendesse desìo di regio stato.
1050     Umana sorte mai non dura eterna,