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| La teoria del Sofista. | 57 |
perchè il momento immediatamente dopo è diventato già un’altra cosa, e quindi argomentavano: se ciò che non si percepisce non è niente, poichè il Non essere non può essere percepito, il Non essere non è niente: il falso è Non essere; dunque il falso non esiste[1]. Questa del resto non era che un’applicazione singola d’un principio generale. Isolando i sofisti la cognizione all’istante immediato della sensazione, ne isolavano anche l’oggetto da tutti i predicati da esso differenti. “L’uomo è buono„ per loro non poteva dirsi, ma solo “l’uomo è uomo„. E fu questo il principio accettato dai Megarici e dai Cinici[2].
Ma per porre la tesi nei suoi veri termini, vediamo innanzi tutto quale valore sia da dare alle parole; che cosa significhi Essere, e che cosa Non, e in che senso Platone le abbia usate.
Parmenide aveva affermato che l’Essere è, che è inseparabile dal pensiero, immutabile, eterno, assoluto; e Platone in sostanza muove da questo concetto. Ma poteva questo Essere, questa entità, essere estesa all’uso della logica comune, in modo da intendere in questo senso anche quell’è[3] col quale congiungiamo il predicato al soggetto? O non ci ha niente da fare?
- ↑ Cfr. in Euthyd. p. 284 un sofisma affatto analogo sul non potersi dire il falso: cfr. pure Crat., p. 429 DE.
- ↑ Soph. p. 251 B. Questa questione, nota bene il Gomperz (O. c. p. 144 sgg.), non è così sciocca quanto pare. Nel medio evo essa si ripetè nella lotta tra Nominalisti e Realisti; e nei tempi moderni fu rimessa a nuovo da Giovanni Federico Herbart e dalla sua scuola.
- ↑ Non mi pare senza importanza il notare che l’Essere di Platone è sempre τὸ ὂν, e mai τὸ εἶναι: la stessa scelta costante dell’un vocabolo in confronto dell’altro indica come Platone ne intendeva costantemente il concetto: τὸ ὂν è sostanza, τὸ εἶναι potrebbe essere astrazione. La nostra parola ente ha il difetto di inchiudere il principio di personalità, e avendo perduto in italiano il carattere di participio, mal si presta molte volte a rendere il valore del participio greco.