Pagina:Il Vendemmiatore e La Priapea.djvu/160

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152 LA PRIAPEA

CLXIX.


Ho tanto (ahi lasso) la mia mente avvezza,
     Pensando a quella cosa ch’io so fare,
     Che ad or ad or pur essere mi pare
     4Pien di quella ineffabile dolcezza.
Perchè ne sento simil’allegrezza.
     Che mi facci tu tutto gongolare,
     Se non quando intraviemmi nel menare
     8Quel vago impallidir per una pezza.
E quando par che l’anima si muora,
     E viensi a quell’estrema gagliardía,
     11Che ’l meglio meglio fa che n’esca fuora.
Oh! che beatitudine saría,
     S’ella durasse almanco un quarto d’ora.
     14Ma che? vien tardo, e subito va via.


CLXX.


Stimasi che sia grande ed infinito
     Il piacer, che la donna ha nel chiavare,
     E debba quel degl’uomini avanzare,
     4Di che rimansi ogni uomo imbalordito.
Pietro Aretino, sendo ermafrodito,
     Che presta il culo, e poi sel fa prestare,
     Questa sentenza non vuol egli dare,
     8Come colui che è già, moglie e marito.
Credo che ’l facci apposta il fottutazzo
     Lasciarci questo dubbio irresoluto,
     11Per far che ’l mondo ne rimanga pazzo.
Nè per altro ha quell’ordine tenuto,
     Che s’egli assaggia un culo, assaggia un cazzo,
     14E mai non fotte, che non sia fottuto.