Pagina:Il Vendemmiatore e La Priapea.djvu/23

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DEL TANSILLO. 15

XXXVI.


    Io non vo’, donne, ch’egli è troppo ingiusto
Voi tanto attente al ragionar, ch’aggrada,
Che a danno del signor, ch’attende il musto,
284L’uva per terra già calcata vada:
Date gli orecchi al dir, gli occhi all’arbusto,
Sì ch’uva fuor di fescina non cada.
Che son quest’uve, se non gemme, e gravi
288Di liquori sì santi e sì soavi?

XXXVII.


    La fescina vien giù, come avess’ala,
Prendila, donna, innanzi che s’atterri:
Dimmi, giovane bella, s’unqua mala
292Vecchia, che in guardia t’abbia, uscio non serri,
Quando nel sen la fescina ti cala,
E tu con ambe man lieta l’afferri,
Ancorchè il sen ti gravi e ti percota,
296Non ti piace ella piena, più che vuota?

XXXVIII.


    Non vi credete voi, donne leggiadre,
Che la fescina sia di poca stima;
Solea lodarla, e raccontar mio padre,
300Ch’era in gran pregio a quell’etá di prima;
E che i poeti si vedeano a squadre
Far di lei versi (allor non avean rima)
Onde nomar quei popoli Latini
304Dalla fescina i versi fescinnini.