Pagina:Il Vendemmiatore e La Priapea.djvu/63

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DEL TANSILLO. 55

CLVI.


    M’accorgo agl’occhi, che ciascuna brama
Saper quest’erba, che cotanto io lodo:
Dirolla per saziar l’ardente brama
1244E delle dubbie menti sciorvi il nodo.
Quella non mi sovvien come si chiama
Dagli ortolan di Roma a certo modo,
Che vien menta piccina a dir tra’ nostri
1248È l’erba degna de’ begli orti vostri.

CLVII.


    Non vi spaventi il nome di piccina,
Che in picciol corpo regna gran virtute.
Ogni lodata gemma è piccolina,
1252E in tanto prezzo al mondo son tenute,
Benchè io tenga di lor poca dottrina,
Com’uom che poche n’ho tocche o vedute.
Le gemme, donne, ond’io talor vò ricco,
1256Son l’uve, ch’oggi da quest’olmo spicco.

CLVIII.


    Io vi vedo negli occhi e nella fronte
Segno apparir di nuova maraviglia;
Come se cosa strana uom vi racconte,
1260Voi mi guardate con rugose ciglia.
O Febo, a cui son tutte l’erbe conte,
Onde ogni uman languor rimedio piglia,
Per gli amor tuoi, cangiati in erbe e in fiori,
1264Fa testimon che la mia lingua onori.