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245 IL BUON CUORE


operoso ed un picciolo galantuomo. I mirabili risultati da voi conseguiti in quest’opera di morale rigenerazione, valsero più che tutto a diffondere questa creazione, tutta vostra, a beneficio di ogni parte d’Italia».

Non mancarono dolorosi contrasti, dovuti al periodo politico, turbinoso, in quegli anni, in Italia. Qualcosa fu fraintesa e nacque il sospetto persino là dove sorrideva la bella e serena infanzia. Certo quel periodo nocque al completo sviluppo dell’opera aportiana, perdendo essa il primitivo concetto altamente pedagogico ed umanitario.

Scrive, a questo proposito, l’insigne educatore Vincenzo De Castro: «A poco a poco, la fredda ed arida istruzione prevalse alla educazione del cuore e gli asili furono, quindi, convertiti in vere palestre scolastiche; gli esercizi della memoria, l’anatomia delle parole ed il lavoro precoce della mente cretinizzarono i nostri poveri fanciulli, convertendoli in altrettante macchinette vocalizzanti e rumoreggianti». Lo stesso abate Aporti scriveva al suo diletto amico abate Iacopo Bernardi: «I miei asili si vanno ruinando per la smania di sforzare quelle piccole menti». E pedagogisti illustri, come Antonio Rosmini, Domenico Berti, il Rayneri, il Sacchi, protestavano con lui.

Vane proteste, pur troppo! La educazione prescolastica andò trasmutandosi in istruzione opprimente ed isterilitrice. Negli aurei suoi «Pensieri sulla educazione» il venerando Gino Capponi incitava invano che si tornasse all’antico.

«Nei nostri vecchi istituti (sono sue parole), per quantunque cadenti, si mantiene una robustezza che manca affatto nei nuovi. I nostri padri sapevan dove andare; noi nol sappiamo. E questa incertezza genera un fatto singolare: che, cioè, le stesse forme d’educazione si veggono adoprate in luoghi diversi affatto di clima, di religione, di civili intendimenti e d’ogni abito di costume, e gli uomini che professano le idee più contrarie, confidano ugualmente di tirar quelle forme ciascuno al disegno suo, il che mostra ch’esse non servono ad alcuno e che un fine certo non hanno».

Che direbbero ora l'Aporti e il Capponi di certe estrinsecazioni turbinose, che vorrebbero sottomettere alla politica, sempre avversa e deturpatrice d’ogni buona istituzione, segnatamente delle scuole infantili, come la storia informa, i pii luoghi di educazione dell’età prima?

Si deve a qualche autorevole uomo se il confusionismo più vero e maggiore non abbia fatto ancora del tutto scempio di queste piccole scuole, che, agli effetti educativi, dovrebbero sostituire l’insegnamento materno (si dirà meglio, l’ammaestramento) di semplicità d’amore.

Lo stesso Angiulli — fautore della pedagogia positiva — propugna per esse l’ambiente domestico; anzi dice: «che i maggiori mali venuti alla società umana sono derivati appunto dall’aver sottratto il fanciullo nella sua età più tenera all’atmosfera benefica della famiglia, per menarlo in un ambiente artificiale».

Il Pestalozzi e il padre Girard, che, con intelletto d’amore, si votarono all’educazione ed istruzione dei fanciulli, intesero altamente questo còmpito materno, che ora si vorrebbe snaturare, affidandolo a giovanette
inesperte, spesso accese di altre espansioni, certo non atte ancora a ricevere quelle inspirazioni istintive della madre educatrice, ritenute appunto necessarie dal benemerito P. Girard, perchè s’insegni come si debba amare tutto ciò che la Provvidenza ci largisce.

Perciò il Froebel creava i suoi «Giardini» che dovevano sorridere di tutt’i fiori, educando i bambini «ad amare tutt’i doni di Dio, aggiungendovi i primi sforzi dell’uomo per meritarseli». E si santificava così il principio educativo per eccellenza, ch’è lavoro creativo e produttivo, nella vita.

Prima di Froebel, però, avemmo nella Magna Grecia la scuola pitagorica all’aperto; e si racconta che Platone istruiva a guisa di giuoco ordinato e disciplinato, alternando l’istruzione alla ricreazione. Il sommo Quintiliano, presso i Latini, voleva che i bimbi s’istruissero nel giardino, in mezzo ai fiori, ed egli stesso così l’intratteneva nella ginnastica, nel canto, dando loro ammaestramenti per mezzo di oggetti e come per trastullo. Nè del tutto diversa era la Giocosa del nostro Vittorino da Feltre.

Ma fondamento delle belle e buone istituzioni prescolastiche era la preghiera, ch’elevava, nella loro serenità ed innocenza, le piccole anime, schiudendole ad un sorriso di paradiso, non infiltrandovi, come oggi si tenterebbe, il seme malvagio dell’odio corruttore. Dichiarava il Froebel medesimo: «che ogni uomo, essendo uscito dalla mano di Dio, esistendo per Dio e vivendo in Lui deve innalzarsi alla religione di Gesù: è perciò che si porrà in capo del programma l’insegnamento della dottrina cristiana».

Ogni educazione — egli pensava, e lo scrisse negli «aforismi» — che non sia fondata sulla religione è sterile; e aggiungeva, meglio spiegando: «Ogni educazione che non si fondi sulla religione cristiana è difettosa e incognita».

Ora, invece, anche nelle scuole prime, destinate al sorriso, si vorrebbe inaridire il cuore, soffocando l’alto e nobile sentimento della fede, che sorge spontaneo in noi, si può dire, col primo vagito. La preghiera che innalza si vorrebbe abolita e, con essa, tutta l’opera tradizionale dell’asilo in Italia, prevalentemente e profondamente cristiana.

Non so se lo scempio sarà possibile a coloro che tanto si agitano per conseguirlo: ma non potranno essi disconoscere, con irriverente ingratitudine, la bontà e la gloria dell’asilo infantile cristiano.

Mag.

LA SANTA CAPPELLA


STUDII STORICI


Dopo passate due ore al capezzale del reverendo P. Bonaventura generale dell’Ordine di S. Francesco, un religioso portante l’abito domenicano percorreva lentamente e a testa bassa l’immonda via di Glatigny. Suonava il coprifuoco, poichè di già i soldati di sentinella cominciavano la loro ronda, ed i cittadini pre-