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IL BUON CUORE 125


delle cornici. Le basi e gli zoccoli di queste colonne furono riconosciute dal Cattaneo opera di parecchie età. Ve n’è una, veramente meravigliosa, che il nostro autore non ha difficoltà di chiamare «un capolavoro dell’arte romana». Altre invece si presentano con stile bizantino del sec. VI, altre ancora, dalle loro ornamentazioni con tralci di vite uscenti dai vasi, si palesano del sec. IX.

In quanto poi al pavimento, contesto di marmo bianco, di porfido e di serpentino, attorno ad una gran «rota porphyretica», è fra i più antichi pavimenti di «opus sectile», nei quali si abbandonava il vecchio sistema dei mosaici minuti chiamati «opus vermiculaturn» e si seguiva quello delle piccole lastrine di marmo, tagliate in vari modi, geometricamente, che riproducono degli elegantissimi disegni. Questo nuovo sistema, che nel sec. VIII fu forse importato dai greci, incontrò il gusto degli artieri italiani del sec. IX e X che lo adoperarono con particolar gusto nelle basiliche romane e siciliane.

Appena dentro è un senso profondamente mistico, che afferra l’anima e la trattiene e la conquide: tutti quei mosaici, che scintillano così un tremulo luccicore nella piccola cappella, invitano alla riverenza dell’arte. La volta è a tutt’oro fittissimo che ha il magico scintillio di un’infinita agglomerazione di stelle: quattro immagini d’angeli, a’ quattro spigoli in piedi sopra sfere celesti, reggono con le braccia alzate il disco centrale in cui è racchiuso il Redentore.

A questi «ministri di Dio», come li chiamò Dante, bianco-vestiti, pur nella rozzezza del lavoro l’artista ignoto e simpatico ha trovato mezzo di poter dare quattro differenti fisonomie. C’è la proporzione troppo lunga e simmetrica, quasi dura, ma tuttavia la loro posizione stessa, l’atteggiamento, quelle braccia tese forzate dove pur c’è della carnosità gentile, quelle mani scontorte ma che rendono bene lo sforzo, costituiscono attenuazione dei difetti abituali del bizantinismo.

Il Redentore troneggia nel centro, e, sinceramente, guardandolo bene, gli occhi e l’espressione hanno qualche cosa di buono, di calmo, di paterno e di dignitoso nello stesso tempo, che sembrerebbe quasi impossibile trovare in un lavoro musivo di questo secolo quando l’arte era ancora bambina e gli artisti non avevan a loro disposizione tutte le risorse del pennello e dello scalpello, ma solo dovevan tirare dal vario accomodamento dei pezzettini magici, tutta l’espressione della bellezza. Sotto la volta di fronte alla porta la Vergine con il Battista la cui croce ha in alto un disco che porta scritto «ecce agnus Dei», nella parete sinistra S. Prassede, S. Pudenziana e Sant’Agnese con le corone del martirio in mano e con i panneggiamenti svolazzanti con una certa grazia disinvolta e innovatrice in quest’epoca e coronate dell’epanoclisto. Nella parete destra invece tre apostoli: Adrea, Giacomo, Giovanni, anch’essi nell’«ortus paradisi», ed in quella che è sopra la porta principale, il trono di Cristo quasi somigliante ad un cofano e i principi apostolorum che lo additano. Queste due figure hanno della virilità ed e notevole qui come l’artista curi ogni minimo partico-
lare; il piede, p. es., di S. Paolo è calzato dal sandalo e questo è bordato d’oro con finezza.

Il mosaico che ornava la lunetta di fronte alla porta è mutilo alquanto, pur ancora oggi si riconoscono pei caratteri iconografici, tutte le sue figure: la lunetta verso il luogo ove ora è la colonna di Cristo è quasi completamente distrutta, ma anche qui il De Rossi ravvisò ancora le due effigie di Zenone e di Valentino, sempre maggiormente persuadendosi come il primo fosse solo diacono.

La nicchia e la lunetta di sinistra è invece ancor oggi ben conservata, quantunque vi sia stata aperta una porta. Nella lunetta è effigiato l’agnello divino sul mistico monte dal quale scaturiscono i quattro fiumi alle cui acque si dissetano i cervi, e sotto, in una fascia rettilinea quattro busti femminili, il primo con il nome di THEODO. EPISCOPA, col nimbo quadrato segno ch’ell’era ancora vivente. Le altre figure sono assai probabilmente, la vergine in mezzo alle due figliuole di Pudente. Il musaico, verso la fine del sec. XVII è stato restaurato, come è giusta opinione dell’archeologo De Rossi, con traccia sempre dell’antico.

Ma veniamo ora al sorriso della vergine che par discenda dalla nicchia dell’altare, che ora, per cura dell’abate vallombrosano preposto alla chiesa, è irradiato di un’artistica illuminazione a luce elettrica che fa maggiormente risaltare i pregi del prezioso mosaico. Questa è la terza imagine della vergine che noi troviamo nella piccolissima cappella. Ella siede con il divino figliuolo sulle ginocchia. Le sigle che disegnano la figura della Madonna non sono le consuete greche MP THY ma le latine e dicono MR. EM. che significa mater emanuel. Il Garrucci interpreta invece il mater Christi. Il manto della vergine che le copre il capo reca sulla fronte e sulle spalle quattro o cinque globetti così disposti che formino una croce di perle, segno caratteristico dell’epoca di Pasquale I. Il bimbo ha il rotulo aperto con la leggenda: «EGO SUM LUX», e nella fisonomia contrasta un poco colla freschissima bellezza della carnagione della vergine che ha anche l’occhio nerissimo e vivo benchè forse un poco spaventato. Un particolare curioso è la doppia colorazione delle linee del naso in rosso ed azzurro.

Le due Sante in devoto atto di adorazione portano anch’esse accanto il loro nome con questa differenza: che Santa Prassede l’ha compendiato nelle sole prime lettere seguite da un punto, invece Santa Pudenziana porta tutto il nome verticalmente disposto. La nicchia è al di fuori ornata di due eleganti colonne di alabastro ioniche, scalanate a spira.

La bella figura della vergine ha il gentile sorriso materno dell’arte antica: guardandola ora, illuminata, il suo viso scopre all’osservatore queste particolari bellezze proprie del mosaico: i colori vivi dell’oro, dell’azzurro, del verde, del rosso, vengon fuori con grazia, e risaltano, dando quasi vita alla figura che l’occhio non si stancherebbe mai di osservarla, di cercare nelle varie combinazioni della luce e dell’ombra nuove bel-