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| xiv | introduzione. |
possono cadere i più chiari scrittori quando non conoscono i fatti con sufficiente esattezza. Nel suo libro sulla Chiesa e le Società Cristiane il Guizot, dimenticando che per la pace di Villafranca non s’era punto compiuta l’opera dell’indipendenza, e che anzi l’Austria n’era rimasta di tanto più forte, inquantochè colle stesse posizioni strategiche aveva un territorio meno esteso da difendere e da sorvegliare, accusa il conte Cavour d’avere senza necessità tolto a Mazzini il concetto unitario nel solo intento di soddisfare all’ambizione piemontese. Codesto è, mi sia concesso dirlo, uno strano errore. Nel 1848 l’Italia era piuttosto federalista che non unitaria: il che prova appunto che il lavoro delle società secrete non aveva fatto frutto, poichè venti anni di cospirazioni non avevano potuto formare un gran partito unitario. L’unità non cessò d’essere un sogno, se non quando una sola delle dinastie regnanti nella penisola si consacrò con eroica fedeltà alla difesa della causa nazionale. Da quel giorno in poi la decadenza delle altre dinastie fu decretata nel cuore degli Italiani: il regno di Vittorio Emanuele su tutta l’Italia cominciò il domani della battaglia di Novara. L’unità divenne allora possibile, ma non fu riconosciuta necessaria se non dopo la pace di Villafranca. Nel 1848 Cavour potè essere federalista come Balbo, Gioberti e Rossi: dopo Villafranca non è forse temerità il supporre che Rossi sarebbe divenuto unitario come Cavour. Quanto a Gioberti, il suo libro del Rinnovamento civile non ne lascia alcun dubbio.
Sebbene avesse più che altri mai sofferto vedendo la guerra in tal guisa troncata ad un tratto, Cavour fu primo ad accorgersi che quella pace di Villa-