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| del conte di cavour. | 177 |
principio: il mio collega il ministro dell’istruzione pubblica parlò di opportunità. Sulla questione di principio certamente io non transigerei; della questione di opportunità riconosco non esserne io il miglior giudice, perchè non avrei gli elementi opportuni per sciogliere il quesito se immediatamente su questo insegnamento, dato coi danari del Governo e che dovrebbe essere sotto la sua sorveglianza sebbene ora non lo sia che imperfettamente, questa sorveglianza governativa debba cessare o no. Io credo quindi che non vi sia differenza fra l’opinione esposta dal mio collega e quella emessa da me: il mio collega è stato più prudente, io sono forse stato un poco imprudente. Ma poichè si è posta in campo una questione di principio, io mi credo in debito, ripeto, non come ministro, ma come uomo politico, di esporre chiaramente alla Camera quale sia in proposito il mio modo di vedere. E desidero che la mia opinione sia intesa chiaramente da tutti, dacchè non voglio essere tenuto per un uomo diverso da quello che sono.
Io presi ieri la parola per combattere i principii svolti dai deputati Brofferio ed Asproni intorno alla necessità di sottoporre l’insegnamento dei seminari alla diretta e immediata sorveglianza del Governo; io mi sono accinto a combattere questo principio che, ripeto, stimo sommamente dannoso. Ed io mi lusingo di potervelo rigorosamente dimostrare. Penso avanti tutto che questa politica non sia da adottarsi perchè pecca da un lato che è il più importante di tutti, quello, cioè, dell’inapplicabilità. Quand’anche la Camera ed il Governo volessero sottoporre i seminari ad una sorveglianza diretta e continua, io credo che non giungerebbero mai ad effettuare il loro pensiero, perocchè ciò incontrerebbe nel clero e nei vescovi un’opposizione tale, che non si potrebbe vincere se non con mezzi che risentirebbero della persecuzione, mezzi che il Parlamento certamente non sarebbe per sanzionare, ma che ancor più certamente il paese condannerebbe.