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Pagina:Il conte di Cavour in parlamento - 1868.pdf/479

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del conte di cavour. 431

moci, o signori, anzi tutto, che egli è nipote di quel grande il quale ancora che non recasse all’Italia tutto quel bene che era in sue mani di fare, ne recò però tanto, che mai non ne avemmo uno pari da alcun principe. Napoleone III discende da un’antica famiglia italiana; ed io non penso ch’egli disdica e rinneghi quella sua non ingloriosa origine; e non l’ho veduto io stesso con questi occhi montare a cavallo e brandire le armi per la nostra causa? Non l’ho veduto io stesso con questi occhi arruolarsi sotto il vessillo italiano, e mescolare la sua voce alla nostra, cantando inni alla libertà e all’indipendenza? Io so bene che dopo assai tempo, quando la Repubblica francese decretò la ristorazione del potere temporale dei papi, egli esattamente la fece eseguire: ma egli fu solo a proporre, fu solo a volere che nel Congresso di Parigi altamente si dichiarasse all’Europa che era necessità di alleviare le miserie d’Italia, necessità di far cessare per lei questo terribile vero, che ella non possa sperar nulla di buono dalla legalità, dall’ordine e dalla pace comune. Ora, egli è pervenuto al momento più solenne e critico della sua vita: egli ha dischiusi innanzi a sè due sentieri: entrando nell’uno, l’Imperatore può attenersi a un metodo di continua difesa e di energiche repressioni; entrando nell’altro, può cominciare un ordine di grandi fatti e di magnanime imprese, in virtù delle quali, la Francia si persuada che la prevalenza dell’autorità imperiale è ancora troppo necessaria al benefizio ed alla salute delle oppresse nazioni. Io non sono più giovane, e quindi non posso accogliere nel cuore molte ridenti speranze. Tuttavolta non voglio che la coscienza mi abbia giammai a rimproverare dicendo: la fortuna pareva volere schiudere una porta, non so se angusta o grande, ma tale a ogni modo che per quella poteva entrare la salute d’Italia, e tu in quel giorno, colle tue parole, coi tuoi suffragi, hai voluto e procurato di chiuderla.»

Fu d’opinione al tutto contraria il deputato Pareto, il quale combattè la legge, e disse che già troppo il Ministero aveva ceduto alla Francia con le misure prese contro agli emigrati, perchè la Camera dovesse adottare leggi contrarie alla indipendenza ed alla dignità del paese; nè tacque che la difesa di alcuni delitti non si poteva punire senza proscrivere tutti gli autori classici da Tacito ad Alfieri. Il Farini difese la legge. Egli svegliò l’ilarità della Camera, rammentando come il conte Solaro della Margherita, antico ministro di Carlo Alberto e rispettabile capo dell’assolutismo, aveva nel suo libro degli Avvedimenti politici affermato che: «Rex non injuste potest destrui si potestate regia abutetur,» e ne concluse che la teoria del regicidio non apparteneva soltanto al partito avanzato, ma bensì a tutti i partiti fanatici dimostrando da ultimo come il Piemonte dovesse mettere in opera ogni mezzo per non restare