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Pagina:Il conte di Cavour in parlamento - 1868.pdf/480

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432 discorsi parlamentari

solo in Europa, e come l’alleanza francese fosse per esso la migliore.

Dopo una breve risposta del conte Solaro della Margherita, nella quale egli tentò di persuadere la Camera che la parola destrui non corrisponde esattamente alla parola occidi, così eccitandone maggiormente le risa, prese la parola il deputato Buffa, e dimostrò, che se i liberali debbono molto di rado fare leggi che menomano la libertà, tuttavia, vi sono dei momenti nei quali è loro obbligo di non fornire ai veri nemici di essa il pretesto o l’occasione propizia a sopprimerla; osservò poi come, mantenendo il sistema in vigore circa alla formazione del giurì, si mettesse in pericolo l’avvenire di questa istituzione grandemente liberale; aggiunse che dal momento che la legge conteneva l’applicazione di un principio di diritto riconosciuto dalla coscienza universale, non era giusto, ma puerile, il timore di alcuni che non volevano aver l’aria di cedere ad una volontà straniera; e concluse, alludendo alla contesa del Piemonte col regno di Napoli a proposito dell’affare del Cagliari, con dire che coloro i quali respingevano la legge ed osteggiavano il Ministero, non altro facevano, all’ultimo, che secondare i voti dell’Austria e della Corte napolitana. Dopo un discorso del Brofferio, il Rattazzi difese il progetto di legge esaminandolo rispetto al principio di legalità; e quindi il conte di Revel, fatta una professione di fede nella quale si disse sinceramente devoto allo Statuto e dichiarò che l’Armonia non era punto il giornale del partito politico a cui apparteneva, promise di dare il suo voto al progetto di legge, ma non tacque che il Ministero aveva avuto il gran torto di renderlo necessario colla sua politica rivoluzionaria. Venne allora il discorso del conte di Cavour, dopo il quale non parve più dubbio ad alcuno l’esito della discussione, che durò, ciò non ostante, ancora parecchi giorni. Brofferio volle difendere Lamartine e Bastide, accusati dal Cavour di non avere pôrto alcuno aiuto all’Italia nel 1848; e il generale La Marmora, per tutta risposta, narrò il viaggio ch’ei fece a Parigi a quel tempo, per chiedere a Cavaignac un generale francese che prendesse il comando dell’esercito sardo.

Il 29 aprile fu finalmente votata la legge con 110 voti favorevoli e 42 contrari. Presentata poco dopo al Senato, fu ivi approvata alla quasi unanimità (50 contro 55), essendo il conte Sclopis relatore della Giunta incaricata di riferirne.