Pagina:Il diamante di Paolino.djvu/21

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— Non chiedo di meglio, se Ella ha la bontà di restituirmi quanto Le ho prestato.

— Miserabile! — strillò Paolo tutto infuriato.

— Non ci facciamo prendere dalla collera, mio bel signorino. Io ho in mano il suo diamante e Lei ha i miei denari. Me li renda e tutto sarà finito.

— Ma Lei sa che ciò mi è impossibile!

— Io so che Lei è un giovane di belle speranze e che possiede gli amici più nobili che si possano trovare sotto il sole. Vada a chieder loro quelle poche centinaia di migliaia di lire che Ella mi deve, e saremo subito d’accordo. Scusi, o non gliel’hanno giurato mille volte che per lei sarebbero stati pronti a dar la vita? Infine non si tratta che d’una miserabile questione di denaro. Che cos’è il denaro, quando si è veri amici?

A queste ultime parole, pronunziate con insolente ironia, Paolo non potè contenersi e si slanciò sul gioielliere prendendolo per il petto.

— Aiuto! Aiuto! — gridò con voce soffocata il Filippi.

Due guardie di sicurezza, attirate da quel frastuono, entrarono in bottega e visti quei due allacciati così strettamente, li arrestarono e li condussero in carcere.

Non appena Paolo, affranto da una tale catastrofe, ebbe ricuperato l’uso della riflessione, chiese l’occorrente per scrivere e si rivolse ai suoi fedeli amici, non tanto per narrar loro l’indegno oltraggio ricevuto, quanto per invocare dal loro affetto un soccorso pronto ed efficace. Passò un giorno, ne passarono due, tre, cinque, e nessuno si fece vivo. La mattina del sesto giorno udì la voce di un carceriere che diceva ad un suo compagno:

— Sicuro, quel giovanottino, che all’apparenza sembra un San Luigi, è un ladro matricolato che ha rubato uno dei più bei diamanti conosciuti; e, per di più, ha sottratto una grossa somma al gioielliere Filippi.