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tutto quel giorno da’ suoi doveri di uffizio nel Consiglio dei Ministri, da dove accompagnò a casa l’attual Ministro della Guerra, brigadier Carascosa. Propose anche provare con testimoni ineccezionabili e con un documento di certa data, cioè un rapporto contro di lui scritto di carattere di Iervolino, ch’egli, Poerio, sapeva Iervolino essere un agente provocatore pagato, fin da quel tempo in cui si allegava Iervolino essere il suo confidente politico. La Corte rifiutò tutte e due le dimande di prova.

È accusato Pironti di aver ricevuto, verso la fine di ottobre 1848, una lettera piena di cose di alto tradimento alla sua propria residenza, Vico Ecce Homo, N. 9. Domanda provare di non esser tornato in Napoli da Santa Maria di Capua prima del 2 di novembre, e che soltanto dal 4 egli aveva posta la sua dimora in quella casa; ove, secondo l’accusa, la lettera eragli stata consegnata verso la fine di ottobre. È pronto a provare la sua asserzione colla testimonianza di quelli che trasportarono i suoi mobili, con quella de’ suoi compagni di abitazione, e con quella del padrone di casa. La Corte rigetta la domanda.

Bocchino (un granatiere nella Guardia Reale), testimonio nella procedura contro Cocozza, viene ascoltato. Benchè abbia la decorazione del Papa, il morale carattere di Bocchino non è uno dei più eccellenti. Risulta da certificati segnati dal Colonnello del suo reggimento, avere il testimonio sofferto per varie cause undici volte castighi, per avere abbandonato il posto, per furti, per insubordinazioni, e per attentato di rapimento; ch’egli è stato condannato due volte alle legnate, la prima a trenta, la seconda a sessanta. Quest’uomo depose d’aver portato una lettera di Mazza a Cocozza — ambedue nel numero degli accusati. Recatosi da Cocozza, gli consegnò in mano la lettera, e non sentì nulla di rivoluzione o di sètte; nè si ricorda di altro. Il Presidente ordina che sia letta la lunga e circostanziata dichiarazione scritta. A ciò si oppone il difensore di Cocozza, e con gran forza richiama che sia osservata la legge. Navarro gli ordina che non interrompa la Corte e si assida. Allora, bollente di indignazione, Settembrini si rizza e domanda di essere rimandato al carcere. Dice che vedendo ristretta anche quest’ombra di difesa, egli non vuole legittimare colla sua presenza tale continua violazione di ogni legge umana e divina. Navarro brontola alcune parole inarticolate, e ordina col ringhio di un mastino al Settembrini di tenere a sè la lingua. Pure Settembrini