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cozza, esclama: — «È desso in persona.» L’altro accusato Brancaccio invita il testimone a riconoscere anche lui; ma usa la precauzione di starsene seduto. Navarro, prima di concedere che la richiesta sia eseguita, ordina a Brancaccio di alzarsi in piedi. Ma questi osserva che se egli si leva in piedi, non v’ha il minimo dubbio che il testimone lo discernerà fra i suoi compagni di prigione. Navarro replica che non è permesso ad alcuno di star seduto mentre parla alla Corte e che pertanto non può ammettersi la verificazione, se il prigioniero non s’alzi.

Colanero, un altro granatiere e testimone del processo, depone di aver passato un giorno intero coll’accusato Colombo. Mazza, uno dei prigionieri, si alza, e a nome di Colombo, che rimane seduto, domanda che il testimonio riconosca la persona di Colombo. Navarro fa osservare a Mazza, non essere egli il portavoce di Colombo, il quale se aveva alcuna domanda a fare, s’aveva ad alzare. Mazza replica e osserva che se Colombo, il quale dev’essere identificato, si alzi, non ci può esser più dubbio quanto all’identità della sua persona. Domanda il difensore di Colombo, in nome del suo cliente, che il confronto sia fatto senza che il suo cliente si alzi. Il Procurator Generale sostiene che avendo il testimone indicato l’accusato col nome e cognome, cioè Salvatore Colombo, la domanda del difensore non poteva essere ammessa; sostiene che, secondo la legge, l’atto di confronto doveva aver luogo solamente quando la persona fosse in modo vago indicata. Osserva Poerio che il giorno innanzi si era seguito il sistema opposto — vedete il caso sopraccitato, — quando un testimonio, avendo designato Francesco Cocozza per nome e cognome, ciò nonostante il Presidente aveva autorizzato la sua identificazione. La Gran Corte Criminale si ritira, e dopo un’ora di deliberazione rigetta la domanda del difensor di Colombo.

Ora per la moralità di alcuni de’ più importanti testimoni del processo.

Spicca fra essi un Mauro Colella, uno de’ testimoni contro Poerio. Risulta dalla deposizione del prete Mingione, che questo Mauro Colella, l’anno scorso, stando a pranzo da lui nella settimana di Pasqua, gli aveva confidato che una denunzia — un’accusa falsa — doveva esser intentata contro il cognato di Imbriani, spiegandosi che alludeva a Carlo Poerio. Qualche tempo dopo, Colella, abitante in faccia al deponente Mingione, lo chiama da una delle finestre, e mettendo una mano sopra la punta del dito medio dell’altra con gesto significante — gli dice — «L’amico c’è capitato.» — «Chi?» domandò Minzione, e Colello rispose: — «Poe-