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322 il dottor antonio

dare che si sentissero i due testimoni da me indicati, ogni volta che l’utile e la necessità di addurli si fosse manifestata nel corso della pubblica discussione. Domando che quel diritto sia ora riconosciuto. Se la divina giustizia ha permesso che io fossi stato segno ai colpi della calunnia, essa ha tratto pure dal seno stesso della calunnia i modi della mia giustificazione. Voi, grandi sacerdoti dell’umana giustizia, non potete invidiarmi, nè vorrete tormi questo benefizio concessomi dalla Provvidenza.»

Il difensore di Poerio prende a sostenere con argomenti legali la domanda del suo cliente, e il procurator generale la combatte. Ma Poerio, levandosi di nuovo su, dice: — «col più vivo dolore dell’anima, son costretto a rammentare all’onorevole magistrato, che quando la prima volta produssi questo stesso modo di difesa, il procuratore Fiscale opinò che si avesse ad ammettere. Come dunque può ora il procuratore fiscale domandare che sia rigettata questa stessa posizione a mio discarico, egli che la ammise in altri tempi — domandare che sia rigettata, ora che è provata l’autenticità del documento?»

Il presidente in questa ammonisce vivamente il parlatore, rammentandogli che non tocca a lui censurar la Corte. Il procuratore fiscale esercitava un suo diritto ammettendo, come ora rigettando, quel modo di difesa, perchè le sue opinioni sono sempre coscienziose e conformi alla legge.

L’accusato risponde: — «L’onorevole procuratore fiscale non può smentirmi, quando asserisco un fatto positivo, un fatto innegabile, quando gli dimostro che egli è seco medesimo in flagrante contraddizione. Io non m’incarico di censurarlo, perchè conosco il mio dovere; ma mi si può concedere di deplorar ciò, perchè conosco anche il mio diritto e il modo di esercitarlo, sottoposto e sommesso al controllo della vostra imparziale giustizia.»

La Corte si riserva di deliberare su questo punto.

Il presidente domanda a Poerio se abbia alcuna osservazione intorno alla dichiarazione di Iervolino. E l’accusato risponde così: — «Onorevolissimo presidente, la denunzia è audacemente calunniosa, e la stessa polizia giudicò che era tale. Questo miserabile, eccitato dal dispetto, dalla miseria, dalla scelleraggine, elabora un’accusa falsa, e la presenta il 19 aprile 1849. Vien letta in polizia, e non ne è tenuto alcun conto. Iervolino rinnova il suo attacco, e non è ascoltato. Non prima del 16 maggio, cioè dopo il lasso di quasi un mese, questo delatore è chiamato a ratificare le sue affermazioni. Gli si domandano testimonianze