Pagina:Il fu Mattia Pascal.djvu/145

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se vogliamo, quella veste da camera che la rendeva un po’ goffa, non adattandosi al corpo e alle fattezze di lei così piccolina. Vestiva di mezzo lutto.

Parlando pianissimo e sfuggendo di guardarmi (chi sa che impressione le feci in prima!), m’introdusse, attraverso un corridojo bujo, nella camera che dovevo prendere in affitto. Aperto l’uscio, mi sentii allargare il petto, all’aria, alla luce che entravano per due ampie finestre prospicienti il fiume. Si vedeva in fondo in fondo Monte Mario, Ponte Margherita e tutto il nuovo quartiere dei Prati fino a Castel Sant’Angelo; si dominava il vecchio ponte di Ripetta e il nuovo che vi si costruiva accanto; più là, il ponte Umberto e tutte le vecchie case di Tordinona che seguivan la voluta ampia del fiume; in fondo, da quest’altra parte, si scorgevano le verdi alture del Gianicolo, col fontanone di San Pietro in Montorio e la statua equestre di Garibaldi.

In grazia di quella spaziosa veduta presi in affitto la camera, che era per altro addobbata con graziosa semplicità, di tappezzeria chiara, bianca e celeste.

— Questo terrazzino qui accanto, — volle dirmi la ragazzetta in veste da camera, — appartiene pure a noi, almeno per ora. Lo butteranno giù, dicono, perchè fa aggetto...

— Fa... che cosa?

— Aggetto: non si dice così? Ma ci vorrà tempo, prima che sia finito il Lungotevere.

Sentendola parlare piano, con tanta serietà, vestita a quel modo, sorrisi e dissi:

— Ah sì?

Se ne offese. Chinò gli occhi e si strinse