Pagina:Il fu Mattia Pascal.djvu/231

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— Ora mi spiego, — disse contrariato il signor Anselmo, — ora mi spiego la irritazione di Max. C’è poca serietà, questa sera, ecco!


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Per il signor Anselmo, forse, sì: ma — a dir vero — non ce ne fu molta di più per noi nelle sere successive, rispetto allo spiritismo, s’intende.

Chi potè più badare alle prodezze di Max nel buio? Il tavolino scricchiolava, si moveva, parlava con picchi sodi o lievi; altri picchi s’udivano su le cartelle delle nostre seggiole e, or qua or là, su i mobili della camera, e raspamenti, strascichii e altri rumori; strane luci fosforiche, come fuochi fatui, s’accendevano nell’aria per un tratto, vagolando, e anche il lenzuolo si rischiarava e si gonfiava come una vela; e un tavolinetto porta-sigari si fece parecchie passeggiatine per la camera e una volta finanche balzò sul tavolino intorno al quale sedevamo in catena; e la chitarra come se avesse messo le ali, volò dal cassettone su cui era posata e venne a strimpellar su noi... Mi parve però che Max manifestasse meglio le sue eminenti facoltà musicali coi sonaglioli del collaretto del cane, che a un certo punto fu messo al collo della signorina Caporale; il che parve al signor Anselmo uno scherzo affettuoso e spiritosissimo di Max; ma la signorina Caporale non lo gradì molto.

Era entrato evidentemente in iscena, protetto dal bujo, Scipione, il fratello di Papiano, con istruzioni particolarissime. Costui era davvero epilettico, ma non così idiota come il fra-