Pagina:Il fu Mattia Pascal.djvu/262

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Eran forse denari rubati, i miei? Ella avrebbe potuto supporre anche questo... O dovevo dirle ch’ero un perseguitato, un fuggiasco compromesso, che doveva viver nell’ombra e non poteva legare alla sua sorte quella d’una donna? Altre menzogne alla povera fanciulla... Ma, d’altra parte, la verità ch’ora appariva a me stesso incredibile, una favola assurda, un sogno insensato, la verità potevo io dirgliela? Per non mentire anche adesso, dovevo confessarle d’aver mentito sempre? Ecco a che m’avrebbe condotto la rivelazione del mio stato. E a che pro? Non sarebbe stata nè una scusa per me, nè un rimedio per lei.

Tuttavia, sdegnato, esasperato com’ero in quel momento, avrei forse confessato tutto ad Adriana, se lei, invece di mandare la Caporale, fosse entrata di persona in camera mia a spiegarmi perchè era venuta meno al giuramento.

La ragione m’era già nota: Papiano stesso me l’aveva detta. La Caporale soggiunse che Adriana era inconsolabile.

— E perchè? — domandai, con forzata indifferenza.

— Perchè non crede, — mi rispose, — che lei abbia davvero ritrovato il danaro.

Mi nacque lì per lì l’idea (che s’accordava, del resto, con le condizioni dell’animo mio, con la nausea che provavo di me stesso) l’idea di far perdere ad Adriana ogni stima di me, perchè non mi amasse più, dimostrandomele falso, duro, volubile, interessato... Mi sarei punito così del male che le avevo fatto. Sul momento, sì, le avrei cagionato altro male, ma a fin di bene, per guarirla.

— Non crede? Come no? — dissi, con un