Pagina:Il mio Carso.djvu/64

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E a casa trovammo la mamma piangente di affanno e di paura per noi. Ci si bacia, e si va a dormire, soddisfatti.


Io ebbi uno zio garibaldino che a quattro anni mandava in lettera al babbo un pezzo di pane di collegio per fargli gustare che roba gli davano; e a tredici scappò dal collegio, di notte, gridando: ― Viva l’Italia! ―, e camminò, senza un soldo, da Fiume a Venezia, per arrolarsi con Garibaldi. Non lo presero perchè era troppo giovane; ma gli promisero una lira al giorno per il mantenimento. Egli prese la lira e la buttò nel canale: che non voleva soldi da chi aveva meno di lui. Un parente lo trovò seduto su un rio, sbocconcellando un tocco di pane, soddisfatto. ― Da giovane combattè.

Era abile commerciante, pieno di risorse e iniziative. Fu povero, ricchissimo, quasi povero, agiato. Una volta capitò nel suo scrittoio uno, dicendo che zio gli doveva dieci fiorini. Zio rispose che glieli aveva già restituiti. L’altro negò. Zio prese di portafaglio una banconota da dieci, la pose sul tavolo, prese un fiammifero, accese una candela, e tenne la banconota, delicatamente per un angolo, sulla fiamma, finchè bruciò tutta.

― Ghe fazo veder che no me interessa de diese fiorini; ma a lei no ghe devo un soldo. Bongiorno.

Sposò a modo suo, contro la volontà e il piacere di tutti i suoi parenti; studiò in tre mesi il croato e andò con la sua donna nelle foreste della Croazia, a fare il mercante