Pagina:Il tesoro.djvu/117

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— A poco, a poco, belline mie, altrimenti cascate da cavallo.

Ma esse non risposero, per non provocare insolenze, e continuarono a ridere nella frescura proiettata dagli alberi degli orti verdi e irrigati.

— Quando tu sposerai con Alessu — disse Cicchedda — mi regalerai lo scarlatto e l’orbace d’una veste, ed anch’io allora mi procurerò l’innamorato....

— Alessu non pensa a riprender moglie, e in tal caso non penserebbe a me. La vuol ricca e buona massaia. Tu gli converresti! — disse l’altra con ironia.

— Io? Io non son degna neppure di legargli le scarpe! — esclamò Cicchedda arrossendo, fattasi seria. — Non occorre che tu ti burli di me, perchè son povera. Ma tu che sei ricca....

— Ma che ricca d’Egitto! — disse Costanza.

Tacquero, come immerse entrambe in un sogno, e così fecero il loro ingresso in Oliena. Cicchedda non provò alcuna forte commozione nel rivedere le prime case rovinate del suo paese, e le donnicciuole che uscivano sulle porticine per guardar curiosamente, ma pareva colta da una vaga tristezza, e i suoi grandi occhi sognavano dietro un pensiero ineffabilmente dolce e doloroso.

Smontarono in una casetta di misera apparenza, presso una parente di Cicchedda, tessitrice, a cui Costanza consegnò i grandi gomitoli bian-