Pagina:Il tesoro.djvu/332

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suo amore assopito, le avesse scritto due volte senza ottener risposta. Le prese le mani e la guardò insistentemente.

— Elena! — disse piano.

In quel nome tremò tutta la sua amarezza, il suo dolore, la sua passione, e insieme un rimprovero accorato, una supplica estrema.

— S’accomodi — mormorò ella, cercando di liberare le mani. Egli non lo permise.

— Perdonami, Elena, se ho osato venire. Perchè non rispondi alle mie lettere? No, non rimango; voglio da te una sola parola, poi me ne vado.

Ella, ch’era entrata col proposito di offendersi s’egli accennava al passato, non sentì più alcuno sdegno; ma giacchè egli non voleva rimanere a lungo, non cercò più di trattenerlo, neppure per falsa cortesia.

Rimasero così, ritti in mezzo al salotto.

Dalla finestra, donde si scorgeva la piccola strada da lui frequentata, penetrava una luce grigia e tristemente dolce di crepuscolo invernale.

— Qual’è questa parola? — domandò Elena, sempre sfuggendo lo sguardo di lui.

— Elena — diss’egli — ricordi nulla del passato? Quella finestra, quella stradicciuola rasente al vostro giardino, non ti ricordan più nulla? Cosa è accaduto io non so. Certo, qualche cosa assai triste per me....