Pagina:Il tesoro.djvu/341

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sando a te, pensando al mistero grande che ci ha uniti, che mi attira e mi trasporta ineffabilmente sino a te. Ed io vengo per leggerlo negli occhi tuoi, questo mistero inenarrabile, per leggerlo come l’ho stanotte letto nei mari profondi, nel cielo, nelle stelle, nell’infinito. Ora le coste dell’isola tua appaiano sull’orizzonte, ed io, guardandole poco fa con profonda commozione, ho pensato che laggiù è il porto della Fede, della Speranza, della Luce, verso cui, per tutta la mia vita, ho sinora agognato invano.

«Elena, Elena, io vengo, mi senti?

Stendimi le tue braccia tenere e forti, accoglimi tutto entro di te. Io vengo a te purificato e redento; sarò tuo e del tuo Dio, ma senti bene, Elena, che della mia Fede migliore, la mia nuova religione, il mistero sublime della mia nuova vita, sarai tu....»

In treno, solo in uno scompartimento di prima classe, cercò di riposare e dormire un poco; ma quello ch’egli chiamava il mistero di tutto il suo spirito, unito ad inquietudini precise ed umane sul modo con cui Elena l’avrebbe accolto nella realtà, sullo stato in cui ella poteva trovarsi, lo tenevano desto e turbato.

Cercò di sviare e disperdere il corso dei pensieri, e fra sè, lentamente, disse dei versi, evocando l’immagine materiale che corrispondeva ad ogni parola. Ci riuscì. Cento cose diverse, figure di navi, di fiori, d’anelli, amuleti, sirene, mon-