Pagina:Il tesoro.djvu/42

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il suo profilo latino, dalla fronte, le labbra e il mento sporgenti, d’una purezza scultoria di razza vergine e antica, s’era viepiù accentuato nella magrezza delle gote infossate, e gli occhi, che ora alla luce si scorgevano neri, avevano una fissità da allucinato. Aveva trent’anni, era intelligente, sapeva leggere e scrivere, e gli piaceva viver quasi signorilmente; e poteva farlo perchè stava meglio dello zio e meglio sapeva condurre i suoi affari. Anzi, il suo triste ritorno in casa Brindis, parve riassettare gli affari imbrogliati di Salvatore; gli fece un prestito ed acquietò qualche creditore impaziente. Ma le faccende domestiche si triplicarono. Alessio aveva tre servitori che divoravano sei grandi pani d’orzo ogni giorno e Cicchedda doveva aizzare disperatamente l’asinello, e le padrone non facevano altro che pulir farina e accendere il forno.

A poco a poco Alessio si calmò e riprese le sue abitudini; usciva a cavallo e si assentava intere giornate; al ritorno Cicchedda gli andava incontro fino alla strada con Domenico fra le braccia.

E lo sollevava in alto, in alto, fino all’arcione, dicendogli sciocchezze e facendogli il solletico; il bimbo rideva, emettendo i suoi stridii di grillo e d’uccellino, e mostrava i dentini facendo balenare i suoi occhioni iridati, con quella loro strana allegrezza inconsapevole, egoista, innocente e piena, ch’era un incanto a vederlo.

Alessio lo pigliava in arcioni, e per contentarlo