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| 14 | Luigi Pirandello |
Niente baffi, don Diego, e neppur ciglia: nessun pelo; gli occhietti calvi scialbi acquosi. Gli abiti suoi piú recenti contavano per lo meno vent’anni; non per avarizia del padrone, ma perché, ben guardati sempre dalle grinze e dalla polvere, non si sciupavano mai, parevano anzi incignati allora allora. Cosí, ahimé, s’era ridotto uno dei piú irresistibili conquistatori di dame in crinolino del tempo di Ferdinando II re delle Due Sicilie: cavaliere compitissimo, spadaccino, ballerino. Né i suoi meriti si restringevano solo qui, nel campo, com’egli diceva, di Venere e di Marte: don Diego parlava il latino speditamente, sapeva a memoria Catullo e la maggior parte delle odi di Orazio:
Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi |
Ah, Orazio; da lui, suo prediletto poeta, don Diego aveva desunto le norme epicuree. Aveva goduto tutta la vita e voleva fino all’ultimo godere; odiava perciò la solitudine, nella quale si sentiva spesso turbato da paurosi fantasmi, e amava la gioventú, di cui cercava la compagnia, sopportandone filosoficamente gli scherzi e le beffe.
Ecco: batteva il pomo d’argento del bastoncino d’ebano sul tavolinetto innanzi al Caffè del Falcone, mentre il Raví si lasciava cader su la seggiola che scricchiolava, e sbuffando e bat-