Pagina:Iliade (Monti).djvu/303

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292 iliade libro undecimo v.1096

Gli Achei la possa dell’immane Ettorre,
O cadran spenti dal suo ferro? - Oh diva
Stirpe, Patróclo, (Eurípilo rispose)
Nullo è più scampo per gli Achei, se scampo1100
Non ne danno le navi. I più gagliardi
Tutti giaccion feriti, e ognor più monta
De’ Troiani la forza. Or tu cortese
Conservami la vita. Alla mia nave
Guidami, e svelli dalla coscia il dardo,1105
Con tepid’onda lavane la piaga
E su vi spargi i farmaci salubri
De’ quali è grido che imparata hai l’arte
Dal Pelíde, e il Pelíde da Chirone
De’ Centauri il più giusto. Or tu m’aita,1110
Chè Podalirio e Macaon son lungi;
Questi, credo, in sua tenda, anch’ei piagato
È di medica man necessitoso;
L’altro co’ Teucri in campo si travaglia.
   Qual fia dunque la fin di tanti affanni?1115
Soggiunse di Menézio il forte figlio,
E che faremo, Eurípilo? Gran fretta
Mi sospinge ad Achille a riportargli
Del guardïano degli Achei Nestorre
Una risposta: ma pietà non vuole1120
Che in questo stato io t’abbandoni. - Il cinse
Colle braccia, ciò detto, e nella tenda
Il menò, l’adagiò sopra bovine
Pelli dal servo acconciamente stese,
Indi col ferro dispiccò dall’anca1125
L’acerbissimo strale, e con tepenti
Linfe la tabe ne lavò. Vi spresse
Poi colle palme il lenïente sugo
D’un’amara radice. Incontanente
Calmossi il duolo, ristagnossi il sangue,1130
Ed asciutta si chiuse la ferita.