Pagina:Iliade (Monti).djvu/465

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132 iliade v.285

Tutti, e al nemico s’addrizzâr di punta285
Con grande in core di strappar speranza
Dalle mani del gran Telamoníde
Il morto: folli! chè sul morto istesso
Quell’invitto dovea farne macello.
   Allor rivolto Aiace al battagliero290
Menelao, così disse: Illustre Atride,
Caro alunno di Giove, assai pavento
Ch’or salvi usciamo dell’acerba pugna.
Nè sì tem’io per Patroclo, che parmi
Del suo corpo farà tosto di Troia295
Sazi i cani e gli augei, quanto pel mio
E pel tuo capo un qualche sconcio: vedi
Quella nube di guerra che già tutto
Ricopre il campo? D’Ettore son quelle
Le falangi, e su noi pende una grave300
Manifesta rovina. Orsù de’ Greci,
Se udir ti ponno, i più valenti appella.
   Non fe’ niego il guerriero, e a tutta gola
Gridava: Amici, capitani achei,
Quanti alle mense degli Atridi in giro305
Propinate le tazze, ed onorati
Dal sommo Giove i popoli reggete;
Nell’ardor della zuffa il guardo mio
Non vi distingue, ma chïunque ascolta
Deh corra, e sdegno il prenda che Patróclo310
Ludibrio resti delle frigie belve.
   Aiace, d’Oiléo veloce figlio,
Udillo, e primo per la mischia accorse;
Idomenéo dop’esso e Merïone
In sembianza di Marte. E chi di tutti,315
Che poi la pugna rintegrâr, potría
Dire i nomi al pensier? Primieri i Teucri
Stretti insieme fêr impeto, precorsi