Pagina:Iliade (Monti).djvu/578

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v.251 libro ventesimosecondo 245

Gli dian di sopra i suoi, tante il Pelíde
Lo previene e il ricaccia alla pianura,
Vicino alla città. Come nel sogno
Talor ne sembra con lena affannata
Uom che fugge inseguir, nè questi ha forza255
D’involarsi, nè noi di conseguirlo;
Così nè Achille aggiugner puote Ettorre,
Nè questi a quello dileguarsi. E intanto
Come schivar potuto avría la Parca
Di Príamo il figlio, se l’estrema volta260
Nuovo al petto vigor non gli porgea
Propizio Apollo, e nuova lena al piede?
Accennava col capo il divo Achille
Alle sue genti di non far co’ dardi
Al fuggitivo offesa, onde veruno,265
Ferendolo, l’onor non gli precida
Del primo colpo. Ma venuti entrambi
La quarta volta alle scamandrie fonti,
L’auree bilance sollevò nel cielo
Il gran Padre, e due sorti entro vi pose270
Di mortal sonno eterno, una d’Achille,
L’altra d’Ettorre: le librò nel mezzo,
E del duce troiano il fatal giorno
Cadde, e vêr l’Orco dechinò. Dolente
Febo allora lasciollo in abbandono;275
Ed al Pelíde fattasi vicina,
Sì Minerva parlò: Diletto a Giove
Inclito Achille, or sì che giunto io spero
Il momento in che noi su queste rive,
Spento alla fine il bellicoso Ettorre,280
D’alta gloria andrem lieti. Ei più non puote
Scapparne ei no, quand’anche il Saettante,
Ai piè prostrato dell’Egíoco Padre,
Di liberarlo s’argomenti. Or tu