Pagina:Iliade (Monti).djvu/586

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v.522 libro ventesimosecondo 253

La genitrice i crini, e via gittando
Il regal velo, un ululato mise,
Che alle stelle n’andò. Plorava il padre
Miseramente, e gemiti e singulti525
Per la città s’udían, come se tutta
Dall’eccelse sue cime arsa cadesse.
Rattenevano a stento i cittadini
Il re canuto, che di duol scoppiando
Dalle dardánie porte a tutto costo530
Fuor voleva gittarsi. S’avvolgea
Il misero nel fango, e tutti a nome
Chiamandoli e pregando, Ah! vi scostate,
Lasciatemi, gridava; è intempestivo
Ogni vostro timor; lasciate, amici,535
Ch’io me n’esca, ch’io vada tutto solo
Alle navi nemiche. Io vo’ cadere
Supplichevole ai piè di quell’iniquo
Vïolento uccisor. Chi sa che il crudo
Il mio crin bianco non rispetti e senta540
Pietà di mia vecchiezza. Ei pure ha un padre
D’anni carco, Peléo che generollo
E de’ Teucri nudrillo alla ruina;
Soprattutto alla mia, tanti uccidendo
Giovinetti miei figli: nè mi dolgo545
Sì di lor tutti, ohimè! quanto d’un solo,
Quanto d’Ettór, di cui trarrammi in breve
L’empia doglia alla tomba. Oh fosse ei morto
Tra le mie braccia almen! così la madre,
Che sventurata partorillo, e io stesso550
Sfogo avremmo di pianti e di sospiri.
   Questo ei dicea piangendo, e co’ lamenti
Facean eco al suo pianto i cittadini.
   Dalle Tröadi intanto circondata,
In alti lai rompea la madre: Oh figlio!555