Pagina:Iliade (Monti).djvu/598

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v.188 libro ventesimoterzo 265

Che allo Sperchio nudría, florido crine,
E al mar guardando con dolor, sì disse:
   Sperchio, invan ti promise il padre mio190
Che tomando al natío dolce terreno
Io t’avrei tronco la mia chioma, e offerto
Una sacra ecatombe, ed immolato
Cinquanta agnelli accanto alla tua fonte
Ov’hai delubro, ed odorati altari.195
Del canuto Peléo fu questo il voto:
Tu nol compiesti. Poichè dunque or tolto
N’è alla patria il ritorno, abbia il mio crine
L’eroe Patróclo, e lo si porti seco.
   Così detto, alla man del caro amico200
Pose la chioma, e rinnovossi il pianto
De’ circostanti: e tra gli omei gli avría
Colti il cader della dïurna luce,
Se non si fea davanti al grande Atride
Il figlio di Peléo con questi accenti:205
   Agamennón, di lagrime potremo
Satollarci altra volta. Or tu, cui tutti
Obbediscon gli Achei, tu li congeda
Da questa pira, e a ristorar li manda
Colla mensa le membra. Avrem del resto210
Noi la cura, chè nostro innanzi a tutti
Dell’esequie è il pensiero, e rimarranno
Nosco, a tal uopo di pietade, i duci.
   Udito questo, Agamennón disperse
Tosto le schiere per le tende, e soli215
Vi restaro i deletti al ministero
Dell’esequie e del rogo. Essi una pira
Cento piedi sublime in ogni lato
Innalzâr primamente, e sovra il sommo,
D’angoscia oppressi, collocâr l’estinto;220
Poi davanti alla pira una gran torma