Pagina:Iliade (Monti).djvu/601

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268 iliade v.289

Riunâr su la pira; e strepitoso
Immane incendio si destò. Dai forti290
Soffii agitata divampò sublime
Tutta notte la fiamma, e tutta notte
Il Pelíde da vasto aureo cratere
Il vino attinse con ritonda coppa,
E spargendolo al suol devotamente,295
N’irrigava la terra, e l’infelice
Ombra invocava dell’estinto amico.
Come un padre talor piange bruciando
L’ossa d’un figlio che morì già sposo,
E morendo lasciò gli sventurati300
Suoi genitori di cordoglio oppressi;
Così dando alle fiamme il suo compagno,
Geme il Pelíde, e crebri alti sospiri
Traendo, intorno al rogo si strascina.
Come poi nunzio della luce al mondo305
Lucifero brillò, dopo cui stende
Sul pelago l’Aurora il croceo velo,
Morì la vampa sul consunto rogo,
E per lo tracio mar, che rabbuffato
Muggía, tornaro alle lor case i venti.310
   Stanco allora il Pelíde, e dalla pira
Scostatosi, sdraiossi, e dolce il sonno
L’occupò. Ma il tumulto e il calpestío
De’ capitani, che all’Atride in folla
Si raccogliean, destollo; ei surse, e assiso315
Così loro parlò: Supremo Atride,
E voi primati degli Achei, spegnete
Voi tutti or meco con purpureo vino
Di tutto il rogo in pria le brage, e poscia
Raccogliam di Patróclo attentamente320
Le sacrate ossa; e scernerle fia lieve,
Imperocchè nel mezzo ei si giacea