Pagina:Iliade (Monti).djvu/603

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270 iliade v.357

Di ventidue misure. Una giumenta
Che al sest’anno già venne, ancor non doma,
E il sen già grave di bastarda prole
Al secondo. Un lebéte intatto e bello360
E di quattro misure al terzo auriga;
Al quarto un doppio aureo talento, e al quinto
Una coppa dal foco ancor non tocca.
   Surto in piedi allor disse: Atride, Argivi,
Gioventù bellicosa, a voi dinanzi365
Ecco i premii che attendono nel circo
Degli aurighi il valor. S’altra cagione
Questi ludi eccitasse, i primi onori
Miei per certo sarían, chè la prestezza
De’ miei destrieri non ha pari, e voi370
Lo vi sapete: perocchè son essi
Immortali, e donolli il re Nettunno
Al mio padre Peléo, che a me li cesse.
Queto io dunque starommi, e queti insieme
I miei cavalli. I miseri perduto375
Hanno il lor forte condottiero e mite,
Che lavarne solea le belle chiome
Alla chiara corrente, ed irrorarle
Di liquid’olio rilucente; ed ora
Piangonlo immoti, colle meste giubbe380
Al suol diffuse, e il cor di doglia oppresso.
Chïunque degli Achei pertanto ha speme
Ne’ cocchi e ne’ destrier, si metta in punto.
   Ciò disse appena, che animosi e pronti
Presentârsi gli aurighi; Eumelo il primo,385
Regal germe d’Admeto, e delle bighe
Perito agitator. Mosse secondo
Il gagliardo Tidíde Dïoméde
Co’ destrieri di Troe tolti ad Enea,
Cui da morte campò l’opra d’Apollo.390