Pagina:Iliade (Monti).djvu/605

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272 iliade v.425

Più governarli. Ma l’esperto auriga,425
Benchè meno valenti i suoi sospinga,
Sempre ha l’occhio alla meta, e volta stretto,
E sa come lentar, sa come a tempo
Con fermi polsi rattener le briglie,
Ed osserva il rival che lo precede.430
Or la meta, perchè tu senza errore
La distingua, dirò. Sorge da terra
Alto sei piedi un tronco di laríce
O di quercia che sia, secco e da pioggia
Non putrefatto ancor. Stan quinci e quindi,435
Dove sbocca la via, due bianche pietre
Da cui si stende tutto piano in giro
De’ cavalli lo stadio. O che sepolcro
Questo si fosse d’un illustre estinto,
O confin posto dalla prisca gente,440
Meta al corso lo fece oggi il Pelíde.
Tu fa di rasentarla, e vi sospingi
Vicin vicino il cocchio e i corridori,
Alcun poco piegando alla sinistra
La persona, e flagella e incalza e sgrida445
Il cavallo alla dritta, e gli abbandona
Tutta la briglia, e fa che l’altro intanto
Rada la meta sì che paia il mozzo
Della ruota volubile toccarla;
Ma vedi, ve’, che non la tocchi, infranto450
N’andrebbe il carro, offesi i corridori,
E tu deriso e di disnor coperto.
Sii dunque saggio e cauto. Ove la meta
Trascorrer netto ti rïesca, alcuno
Non fia che poi t’aggiunga o ti trapassi,455
No, s’anco a tergo ti venisse a volo
Quel d’Adrasto corsier nato d’un Dio,