Pagina:Iliade (Monti).djvu/615

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282 iliade v.763

Deposta l’ira, io stesso. Unqua non fosti
Nè leggier nè bizzarro. Oggi fu vinto
Da sconsigliata giovinezza il senno.765
Ma il ben guardarsi dagl’inganni è bello
Co’ maggiori. Nessun m’avría placato
Sì facilmente degli Achei: ma molto
Coll’egregio tuo padre e col fratello
Per mia cagion tu soffri, e molto sudi;770
Perciò m’arrendo al tuo pregare, e questa,
Ch’è mia, ti dono, a fin che ognun si vegga
Che nè fier nè superbo ho il cor nel petto.
   Diè, ciò detto, d’Antíloco al compagno
Nöemón la giumenta, indi si tolse775
Il fulgido lebéte; e Merïone,
Che quarto giunse, i due talenti d’oro.
Restava il quinto guiderdon, la coppa.
La prese Achille, e traversando il pieno
Circo, accostossi al buon Nestorre, e lieto780
Presentolla all’eroe con questi accenti:
Tieni, illustre vegliardo, e questo dono
Ricordanza ti sia delle funébri
Pompe del nostro Pátroclo, cui, lasso!
Non rivedrem più mai. Questo vogl’io785
Che gratuito sia, poichè del cesto,
E dell’arco il certame e della lotta,
E del corso pedestre a te si vieta
Dalla triste vecchiezza che ti grava.
   Tacque, e la coppa fra le man gli mise.790
Lieto il veglio accettolla, e sì rispose:
Ben parli, o figlio: le mie forze tutte
Sono inferme, o mio caro: il piè va lento:
Dispossato mi pende dalle spalle
L’un braccio e l’altro. Oh! giovine foss’io795
E intero di vigor siccome il giorno