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256 ILIADE 200-229


Stavano i venti accolti di Zefiro soffio gagliardo
dentro la casa, a banchetto. Quivi Iride giunse correndo,
stette sopra la soglia di pietra. Vedutala appena,
sursero tutti, e a sé vicina ciascun la chiamava.
Essa, però, sedere non volle; e cosí prese a dire:
« Stare non posso: devo recarmi alla terra d’ Etiopia,
d’Ocèano sopra i gorghi: ché quivi prescelte ecatombe
offrono ai Numi; e parte devo io delle vittime avere.
Ma or vi prega Achille, che Borea, che Zefiro accorra
tumultuoso — compenso promette di vittime belle —
e che la fiamma eccitiate del rogo ove Pàtroclo giace,
per cui gemito adesso si leva da tutti gli Achèi ».
Poi ch’ebbe detto cosi, s’involò. Si lanciarono quelli
con infinito tumulto, cacciando le nuvole in fuga.
Presto, soffiando, sul mare pervennero; e il flutto estuava
sotto lo stridulo soffio: pervennero a Troia ferace,
sopra la pira piombarono, e il fuoco rombò fiammeggiando.
Tutta la notte, insieme sferzar, della pira la fiamma,
acutamente soffiando: per tutta la notte il Pelide,
una gran coppa d’oro stringendo, da un’aurea brocca
vino attingeva, e al suolo spargeva, la terra irrigava,
lo spirito invocando del misero Pàtroclo. Come
si lagna un padre, quando d’ un figlio le ceneri bagna,
fresco di nozze, ch’è morto lasciando i parenti nel pianto,
cosi, Tossa bagnando di Pàtroclo, intorno alla pira,
si trascinava Achille, piangendo, levando alti lagni.
Quando Lucifero surse, che annunzia la luce alla terra,
e poi s’effonde Aurora dal peplo di croco sul mare,
andò languendo allora la pira, e la fiamma si spense.
Mossero tutti i venti di nuovo, tornarono a casa,