Pagina:Invernizio - La trovatella di Milano, Barbini, Milano, 1889.djvu/87

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portafogli del morto, rovesciò le tasche interne del soprabito, dei pantaloni, colla frenesia di un ladro, e nulla trovando di quello che cercava, si mordeva le labbra, le sopraciglia si aggrottavano.

Ad un tratto dall’apertura della camicia, in mezzo al sangue, del quale tutta s’imbrattava, scorse una microscopica catenella d’oro, alla quale era attaccata una chiavicina ritorta.

Gli occhioni di Maria ebbero un luccicore ardente. Strappare quella catenella dal collo del morto, impadronirsi della chiave, balzare in piedi, fu l’opera di un secondo.

Maria non rivolse un solo sguardo ai lineamenti contraffatti del cadavere; un sentimento superiore la dominava in quell’istante, precipitava le sue risoluzioni.

Afferrato un candeliere che posava sul velluto del caminetto, si diresse verso l’appartamento di Diego, che Adriana stessa le aveva insegnato, ed entrò risoluta nella camera da letto. Scorse tosto lo scrittoio fra le due finestre. Era un mobile di quercia all’antica, che poteva servire anche da casa-forte. Diego l’aveva ivi fatto trasportare da Milano.

Maria si avvicinò e in quel momento solo, fu colta da una straziante apprensione, che diede al suo sguardo un non so che di smarrito, increspò fortemente le sue labbra. Se si fosse ingannata in ciò che desiderava!

Posò il candeliere sul mobile e con mano febbrile introdusse la chiave nell’unica serratura, che lo chiudeva come un armadio.