Pagina:Invernizio - La trovatella di Milano, Barbini, Milano, 1889.djvu/97

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Ma quando dall’autorità fu avvertito dell’assassinio commesso sul marchese ed invitato a recarsi alla villetta per assistere personalmente all’inchiesta, ricominciò a tremare e si stropicciò colla mano la fronte, che l’angoscia solcava di rughe profondissime.

Quando si trovò dinanzi al cadavere di Diego, il suo viso scialbo non ebbe che una leggiera contrazione, ma questa si accentuò ed il sangue gli salì al cervello, allorchè vide lo scompiglio, che regnava nella stanza del marchese.

— Che vuol dir ciò? — chiese con accento impossibile tradursi a parole — oltre l’assassinio, è stato qui commesso anche un furto?

— Ora esamineremo, signore: conoscete presso a poco la quantità dei valori, che si trovavano rinchiusi in questo scrittoio?

— L’ignoro affatto — rispose il conte con voce tremula — so soltanto, che mio genero teneva presso di sè... dei documenti importanti di famiglia.

— Che fossero questi? — disse uno degli agenti incaricati dell’inchiesta, mostrando un mucchio di carta bruciata.

Il conte era ritornato all’apparenza calmo, freddo.

— Ora vedremo — disse. — Ma la cosa sarebbe assai strana. Si trovarono i giojelli, le cambiali, dei fogli di banca, dell’oro, ma nessuna carta, nessuna corrispondenza.

Pareva che al conte gli si fosse sollevato un immenso peso dal petto.

Il suo spavento cessava, ma si accresceva in lui lo stupore.