Pagina:Iorga - L'arte popolare in romania, 1930.djvu/111

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(pungă) per il tabacco e la berbință o berbeniță, che serve a contenere ogni accessorio e che un tempo era la misura di capacità per il formaggio. Aggiungiamo ancora tutta la parte di legno della frusta, la sua «coda» (codorâște, o codiriște, da coadă «coda», col suo suffisso slavo). Le pipe spesso si comprano al mercato, e raramente offrono quella varietà di forme che si osserva in alcuni paesi dell’Occidente. Certi pescatori scolpiscono i loro remi (lopeți).

Solo in pianura, qua e là, dei musicisti popolari fanno risonare il cimpoiu, la vecchia zampogna italiana degli avi latini, di cui si ascoltano, con speciale curiosità, i suoni prolungati o rapidi. Nell’album transilvano pubblicato da D. Comșa, — non esiste alcuna raccolta analoga nè per l’Antico Regno, nè per la Bucovina, nè per la Bessarabia — si trovano delle «code» di cornamusa, delle cărăbițe (probabilmente significa «piccole navi»), delle clipote, nelle quali si è sfogata l’iminaginazione creatrice del proprietario. Esse corrispondono alle «code» di guzle, più rozzamente lavorate, che presentano la Bosnia e il Montenegro (1).

Nella casa stessa del contadino si trova un limitatissimo numero di utensili. Alcuni ricettacoli, come le scatole, cutii, che talvolta in certe regioni hanno nomi speciali, — per esempio la turturușă transilvana, che prende nome dalla tortorella, — le saliere e le pepaiole (sărărițe, da sare, latino sal; nella lingua cittadina si usa il termine slavone solnițe, pipernițe, da piper = pepe) sono talvolta finemente lavorati col coltello degli uomini.

Ma gli oggetti meglio scolpiti sono i vasi da cucina, i bicchieri di legno e i cucchiai col lungo manico ornato. Fra queste cauce (singolare cauc, il cui nome significa pure: piccolo cappello quadrato degli uomini), queste căpcele (singolare căpcel; il nome non viene da cap, testa, ma probabil-

  1. Haberlandt, op, cit., tav. XXI.