Pagina:Iorga - L'arte popolare in romania, 1930.djvu/118

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In nessuno dei paesi cui l’antica Tracia trasmise i tesori delle sue attitudini artistiche, e, fra le altre, lo stesso modo di decorare le rocche (1), si trova questo trionfo della scultura rustica. È certo che questi elementi hanno guadagnato col sistema «turco», adottato dagli artefici che vivono in città» di ornare con incrostazioni di madreperla secchie, tavole» scrivanie, cornici, bastoni, e persino porte di moschee o di palazzi. Anche i Principati romeni son pieni di lavori di questo genere, dovuti probabilmente a indigeni (quadri di madreperla al monastero di Cernica, presso Bucarest, al Museo di Sinaia; scrivanie un po’ dappertutto).

Oltre i semplici pastori e contadini capaci di fissare sul legno intagliato i graziosi capricci della loro immaginazione, v’è stata presso i Romeni tutta una classe di artefici di campagna, che hanno lavorato per i boiari, per i mercanti e per le chiese.

A queste ultime specialmente hanno dato le più svariate forme di candelieri (2), coperti di pitture rosse, turchine che finora non sono state nè raccolte nè studiate. Nei piccoli santuari non è raro vedere dei candelabri sospesi d’un bel lavoro paesano. Accanto ai crocifissi fabbricati secondo la foggia del Monte Athos, con tutto un intrico di santi in rilievo minutissimo, gli stessi contadini danno alle chiese povere delle croci semplicemente lavorate, portanti attorno alle loro braccia il circolo delle «troice» che si trovano sulle strade maestre o nei cimiteri. E questi rustici «maestri» meșteri, talora si sono anche arditamente cimentati nel grande compito di dare delle porte all’iconostasi, scolpita con una pazienza senza esempio, spiegabile solo con la profonda pietà, da monaci specializzati in questa professione piuttosto che da artefici cittadini.

  1. V. Haberlandt, op, cit., pp. XVII, XVIII.
  2. V. Zagoriț, in Buletinul comisiunii monumentelor istorice, VII p. 16 e sgg.