Pagina:Iorga - L'arte popolare in romania, 1930.djvu/17

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Nei pizzi, che richiedono ancora un attento studio dei motivi e dei procedimenti;

Nei tappeti, tanto in quelli che si tengono in terra quanto in quelli attaccati al muro;

Nella decorazione delle uova di Pasqua, sulle quali mani esperte ed agilissime disegnano rapidamente con un pennello intinto nella cera fusa delle figure che poi, quando l’uovo sarà tinto di rosso, di turchino, di verde, di viola, di giallo, saranno messe in luce togliendo quella copertura provvisoria;

Nelle proporzioni delle case coi tetti di assicelle, con le balaustrate di legno, con le scale oblique;

Nella scultura delle croci nelle strade, dei portoni, delle porte, delle colonne della veranda, delle barriere e dei recinti, delle sedie, dei cucchiai, degli scaffali per il vasellame, delle rocche, dei vincastri, delle forme per il burro;

(Manca la scultura in pietra; per le chiese (colonne, incorniciatura delle porte e delle finestre, scale) ci si valeva talora di stranieri, Cechi del XV secolo, Dalmati forse del XVI, maestri transilvani e balcanici si trovano nel XVIII secolo accanto agli indigeni. Quanto al lavoro dei metalli, si ricorse ai Sassoni della Transilvania, quando ebbe fine la grande scuola monacale in Moldavia; non sarà inutile ricordare che, mille anni prima, la Vita di S. Severino ci indica nel Norico, dove i Romani non erano ammessi a esercitare quel mestiere, degli aurifices barbari che lavoravano per i re germanici dei dintorni);

Nella ceramica popolare, invasa ben presto, specie in Transilvania, dallo stile occidentale.

In tutti questi campi, per le due prime categorie non si ha sempre lo stesso cromatismo. Accanto alla regione del rosso e degli ori, si trova nel distretto di Vâlcea e in quello di Sibiu in Transilvania il bianco e il nero, più lungi verso occidente si hanno colori misti a macchioline e a punti, e il Banato, sotto l’influenza dei Turchi d’Orșova e della vicina Serbia, ri-