Pagina:Iorga - L'arte popolare in romania, 1930.djvu/46

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dente balcanico, adriatico, dai paesi rivolti a oriente, verso le rive del Ponto Eusino. In questo Pindo vi sono dei Romeni, degli Slavi, Bulgari e Serbi, e degli Albanesi, senza contare i Greci delle città e i Turchi colonizzati. L’Albanese è in gran parte guerriero; lo Slavo, per essere stato colonizzato, come servo, a questo scopo, si consacra volentieri all’agricoltura; il Romeno solo pratica in maggioranza l’allevamento del bestiame, e, andando in cerca dei mutevoli pascoli, è transumante, o, per servirci del termine da lui stesso impiegato, «cambia dimora» (a se muta, mutare).

Se ne può trarre questa conclusione sicura: che la transumanza, in quanto non è d’origine asiatica, iranica o turanica, appartiene alle nazioni romane. Si direbbe anzi — e una teoria filologica magiara, tendente a spiegare l’origine dei Romeni, lo ha affermato in un certo senso — che sia un fenomeno puramente italico, e, aggiungiamo, antichissimamente italico. Ma siccome è cosa certa che la comunità traco-illirica sta alla base delle istituzioni e di quanto si conosce dell’arte di tali paesi, bisogna ammettere che quei lontanissimi antenati barbari, partecipanti a una civiltà popolare arcaica che si estendeva almeno alle tre penisole meridionali dell’Europa, fossero già stati dei transumanti. Varrone, del resto, lo dice, quando descrive le forti donne, vigili e prolifiche, prima ancora del matrimonio, che si aggirano insieme coi pastori per le montagne illiriche (1)

La vita pastorale tanto dei Balcani quanto dei Carpazi appartiene dunque alla sola razza romena: essa sola l’ha dif-

  1. Varrone, IX: «Eas mulieres esse oportet firmas, non turpes, quae in opere, ut in multis regionibus, non cedant ciris, ut in Illyrico passim videre licet quod vel pascere pecus vel ad focum afferre ligna ac cibum coquere vel ad casus instrumentum servare possunt». «Necnon etiam hoc; quus virgines ibi appellant, nonnunquam annorum XX, quibus mos eorum non denegavit ante nuptias ut succumberent quibus vellent et incomitatis ut vagavi liceret et filios habere».