Pagina:Isernia - Istoria di Benevento II.djvu/132

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scrittori avversi a Manfredi spiegano un tal fatto col colobi e detto che Iddio a cui vuol male toglie il senno, ma siccome l’invasione di Carlo d’Angiò nel regno di Napoli parve sino a quel punto piuttosto una marcia negli Stati di Manfredi che una vera campagna, d’onde ne venne discapito al nome dello svevo, così parmi probabile che questi, a reintegrare la propria fama di prode in armi, e a rintuzzare la boria francese, stimasse opportuno di non soprastare neppure un giorno per venire alle mani co’ suoi nemici.

Il re Carlo vedendo avanzarsi l’armata del re Manfredi, per la grande volontà che avea di combattere, non seppe contenere la sua gioia, ma disse con alta voce ai suoi cavalieri: Venu est le jour que nous avons tant desirè, e fece dare nelle trombe, quasi sfidando il nemico a rompere gli indugi, e venir subito con esso a giornata campale, E scorgendo che Manfredi avea diviso il suo esercito in tre grandi squadre, fece anch’egli altrettanto, e quindi col grido Mongioia cavalieri da una parte, e Svevia cavalieri dall’altra, ebbe principio la battaglia. I tedeschi che componevano la prima schiera del re Manfredi travagliarono in modo quella dei francesi, da astringerli a rinculare e quasi la posero in rotta; per cui Carlo d’Angiò, mutando l’ordine divisato, si fece innanzi animosamente con la seconda squadra, per rialzare le sorti della battaglia, e fu seguito dai Guelfi di Toscana, che in quel giorno fecero assai bella prova, nonchè da Giglio Bruno contestabile di Francia e da Roberto di Fiandra. E nel tempo stesso il conte Giordano trasse con tutti i suoi in soccorso del conte Calvagno che tenne il comando della prima schiera. La battaglia fu oltre ogni credere sanguinosa d’ambo le parti, ma infine cominciò a prevalere la virtù dei tedeschi, e lo stesso re Carlo, caduto da cavallo, corse grave rischio di vita. Egli allora, credendo lecito ogni mezzo per conseguire la vittoria che gli sfuggiva, poichè combatteva con un sovrano già deposto e in condanna della chiesa, messe in non cale le migliori abitudini cavalleresche, di cui fu sempre la Francia gelosa, gridò ai suoi: a ferire i cavalli, a ferire i cavalli. E un tal ordine,