Pagina:Isernia - Istoria di Benevento II.djvu/133

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propagatosi in tutta la fila, fu, appena dato, celeramente eseguito. I tedeschi aggravati dalle pesanti armature, e impigliatisi tra i piedi dei cavalli, da cui duraron fatica a strigarsi, furono in breve tempo sgominati con molta uccisione.

Manfredi in quel duro frangente non si perdette d’animo, ma, a ristorare la pugna, sollecitò la terza schiera composta in gran parte di Pugliesi, ma costoro, salvo pochissimi, vista la mala parata, e vaghi di nuova signoria, vilmente abbandonarono il campo, chi prendendo verso gli Abruzzi, e chi verso la città di Benevento. Allora il generoso e sfortunato Manfredi, anteponendo la morte in battaglia ad una fuga che poteva essere tacciata di codardia, seguito da pochi guerrieri, che gli rimasero sidi nell’avversa fortuna, e anzi, secondo Iamsilla, Troyli e qualche altro storico napoletano, dal solo Tiobaldo di Anibaldo, romano, trasse in aiuto dei suoi, che, traditi, perivano sotto il ferro nemico. In quella, (e un tal fatto narrato da tutti gli storici non può essere revocato in dubbio), mentre egli adattavasi l’elmo sul capo, un’aquila d’argento, che aveva per cimiero, gli cadde in sull’arcione, il che ritenendo egli, secondo; i pregiudizii del tempo, essere un annunzio della sua prossima fine, disse ai baroni che gli erano allato: hoc est signum Dei. Indi prese cuore, e deliberato di morire da prode, privo di qualsiasi insegna reale, spronò il cavallo ove più ferveva la mischia, e facendo mirabili prove della sua persona, trafitto infine da più colpi giacque cadavere su un monte di trucidati nemici: vera morte da eroe!

La vittoria dei francesi fu compiuta, e la massima parte dei baroni di Manfredi caddero prigioni di Carlo d’Angiò, e pochi dì appresso anche la moglie di Manfredi, i figliuoli e la suora, che eransi ricoverati in Nocera de’ Saraceni in Puglia, furono dati in potere del re Carlo che li fece morire in prigione.

Ma non debbo però omettere che ciò è supposto, ma non accertato dalla maggioranza degli storici; poichè alcuni di essi opinano che Carlo d’Angiò, il quale indarno pose