Pagina:Isernia - Istoria di Benevento II.djvu/286

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mato congresso di Parigi, di ritrarre al vivo le miserande condizioni dell’Italia, assumendo in certa guisa la difesa dei popoli oppressi, e niente omettendo per convincere i rappresentanti delle grandi potenze che, per assicurare stabilmente la pace dell’Europa, facea d’uopo assecondare i giusti desiderii degli italiani che, divisi in sette stati discordi, e privi di eque leggi, di libertà civile e dell’indipendenza, erano naturalmente intesi a cospirare, e a cogliere ogni occasione per tentare nuovi rivolgimenti politici. E poi con raro accorgimento seppe quel sommo statista tirare a sè l’imperadore Napoleone III. il quale, checchè se ne dica, fu il principale promotore del nostro risorgimento nazionale, sicchè, quali che siano stati i suoi errori politici e i compensi chiesti all’Italia, ha dritto alla perpetua riconoscenza della nazione. Egli sia per la tema delle cospirazioni, dopo gli attentati dell’Orsini e di Agesilao Milano, e i fatti di Livorno, di Genova e di Sapri, sia per le sue future mire contro l’Austria, si mostrò propenso alla idea di aggiungere al Piemonte gli stati lombardi, il che si effettuava dopo la memoranda battaglia di Solferino e il trattato di Villafranca. Questo non soddisfece punto gli italiani, i quali, specialmente dopo la morte di Ferdinando II. non tralasciarono alcun mezzo per conseguire l’unificazione d’Italia. E prima furono aggregate felicemente al Piemonte le provincie della Toscana, del Modenese, e del Parmense. E poi, per opera di comitati, furono aggiunte al regno sardo anche le quattro legazioni di Bologna, Ravenna, Forlì e Ferrara.

Ma l’ostacolo maggiore a costituire la nazione consisteva nel reame di Napoli, ove un esercito numeroso ed agguerrito dava scarsa lusinga ai liberali di poter tentare con fausti auspicii una generale sommossa; perdo che gli uomini politici del Piemonte tenean l'occhio intento sulla Sicilia, la quale, insofferente del giogo, e bramosa di vendetta, anelava il momento di. poter insorgere contro il Borbone, e le sue speranze non tardarono ad avverarsi.

Nell’aprile del 1860 la Sicilia si ribellava nuovamente al re di Napoli, e Garibaldi nella sera del 5 maggio salpò